L'URSS
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L'Unione Sovietica

 

1-La La Società sovietica ed il blocco comunista

A partire dal 1917 l'Unione Sovietica ha rappresentato un modello ideale di società egualitaria e solidale per buona parte del genere umano. E' vero che in molti militanti comunisti e socialisti di ogni parte del mondo gli elementi mitologici e millenaristici hanno a lungo prevalso sulla effettiva conoscenza di quella realtà. Ma è altrettanto vero che, con la stabilizzazione della guerra fredda e dell'equilibrio bipolare, quel tipo di società è diventato per molti abitanti della terra una realizzazione concreta. L'ideologia marxista-leninista si è configurata come un'alternativa alla democrazia parlamentare sia per paesi appena usciti dalla sottomissione coloniale all'Occidente sia per paesi (come quelli dell'est europeo) che già avevano alle spalle una storia di libertà e di crescita economica. L'adeguamento di realtà così distanti tra loro a quel modello sociale è stata la condizione per la tenuta di un blocco internazionale di stati retto dalla comune fedeltà militare alla patria di Lenin. Fino ad anni recenti questo blocco di paesi ha retto il confronto con il mondo occidentale, nonostante aspri e spesso armati conflitti interni. Poi, l'avvio di una riforma strutturale all'interno della nazione-guida sovietica, ha travolto in brevissimo tempo la struttura statale e il sistema di alleanze di quell'intero blocco di paesi con alcune eccezioni fra le quali Cuba e la Repubblica popolare cinese.
Quali sono stati nel secondo dopoguerra i tratti distintivi di questo tipo di società ? E quali i motivi di quel crollo così repentino e generalizzato ?
Un primo minimo comun denominatore tra Unione Sovietica e paesi del cosiddetto «socialismo reale» è rappresentato dalla nazionalizzazione e statizzazione delle leve economiche e dei mezzi di produzione, con una eliminazione almeno tendenziale ‑mai completa (come si vedrà) e spesso soggetta ad inversioni di tendenza ‑ della proprietà privata. Questa estensione della macchina statale si è accompagnata alla presenza sociale pervasiva di un partito di massa, sostanzialmente unico ed obbligatorio(con qualche eccezione come la Cecoslovacchia), che ha funzionato da strumento di mediazione tra società politica e società civile, di reclutamento e formazione dei quadri dirigenti, di trasmissione delle scelte dal centro alla periferia. La simbiosi tra stato e partito ha determinato una concentrazione del potere nelle mani di una ristretta oligarchia, formata dai vertici della burocrazia pubblica e partitica, delle forze armate, delle organizzazioni sindacali. La politica economica ha preso la forma di una pianificazione centralizzata che impone obiettivi di crescita alle singole realtà produttive indirizzate in particolare verso il settore dell'industria pesante, a discapito dell'espansione dei consumi interni. L'incremento di produttività è stato così ottenuto prevalentemente per via coercitiva piuttosto che per incentivi individuali e innovazioni tecnologiche, con il risultato di incontrare forti resistenze soprattutto nel settore agricolo collettivizzato.
Da questa conformazione dell'esercizio del potere è discesa una particolare stratificazione sociale. Le masse operaie e contadine hanno condotto un'esistenza passiva, spesso soddisfatta nei bisogni primari (casa, istruzione, sanità) e regolata dai ritmi di lavoro e dalle forme di uso del tempo libero fissate dalle autorità. L'ascesa sociale è stata sporadica, obbligatoriamente veicolati dalla militanza di partito. I ceti intermedi si sono divisi a seconda del ruolo gerarchico ricoperto nella burocrazia pubblica di stato e di partito: i tecnici, gli impiegati e i quadri delle realtà locali ne hanno occupato i gradini più bassi, mentre su quelli più alti si sono trovati gli esecutori su scala regionale delle scelte nazionali, come i dirigenti dei grandi complessi industriali, delle federazioni sindacali e delle organizzazioni di partito. Al vertice sedeva il ristretto nucleo incaricato di elaborare le strategie della pianificazione economica e gli indirizzi generali della politica e della propaganda, con un grado di potere e discrezionalità assai alto anche se spesso soggetto a lotte e conflitti tra segmenti diversi della macchina statale.
Sia in Unione Sovietica che nell'est europeo, per lungo tempo questo sistema ha realizzato tassi di crescita non lontani e anzi talvolta superiori a quelli occidentali. Ma a lungo andare la compressione del mercato interno, i ritardi nella industrializzazione leggera produttrice di beni di consumo, la staticità di un'agricoltura priva di spinta e competizione, hanno via via ristretto le risorse a disposizione dello stato per erogare i servizi sociali essenziali e colmare le diseguaglianze più gravi. Di questa crisi latente non sono mancati nel tempo i segnali drammatici e i coraggiosi tentativi di riforma, come la «primavera di Praga». Ma la risposta militare e rigidamente autoritaria, a quella possibile svolta, ha posto le premesse per il successivo tracollo. Sono infatti riemerse tendenze particolaristiche disgregatrici (che in Urss hanno preso la forma di nazionalismi) e si sono estesi fenomeni di spreco, inefficienza e corruzione.Mentre il potere centrale cercava di riformare in senso meno autoritario il rapporto con la società, la ripresa di canali di comunicazione con l'Occidente rendeva più tangibile e diffusa la coscienza dell'arretratezza del proprio tenore di vita.Da questo malcontento, non contenibile dalla repressiva dei regimi,sommato alla rivendicazione dei diritti civili, alla libera espressione politica, sindacale, artistica e culturale è venuta la spinta decisiva al cambiamento.

 

2-Gli ultimi anni di Stalin

StalinStalinAlla guerra l'Unione Sovietica aveva pagato il tributo più alto: 20 milioni di morti, 25 milioni di sfollati, intere regioni completamente devastate. Ma proprio la guerra, con il suo esito vittorioso, aveva ancor più rafforzato il prestigio e il potere di Stalin il quale, però,dovette affrontare l'emergenza tremenda ed il compito pressante della ricostruzione. Nella situazione critica dell'immediato dopoguerra ‑ che metteva a dura prova la stessa capacità di sopravvivenza del regime ‑ i punti di forza sui quali il dittatore poteva contare erano sostanzialmente due: l'apparato industriale cresciuto con lo sforzo bellico e i nuovi territori occupati a occidente dall'Armata Rossa nella sua battaglia contro il nazismo. Stalin non esitò a ricorrervi con la radicalità e la spregiudicatezza tipiche della sua attività di governo in pace e in guerra.
Nel marzo 1946 venne adottato dal Soviet supremo il quarto piano quinquennale, che si poneva l'ambizioso obiettivo di superare del 50% i livelli prebellici della produzione industriale. Le scelte del dopoguerra si collocavano in una linea di continuità con il passato e le leve utilizzate per la crescita erano quelle tradizionali della politica economica staliniana. Tra di esse, in primo luogo, una rigida centralizzazione delle decisioni nella mani di una burocrazia pubblica con forti poteri di controllo, che già nell'estate 1946 effettuò una vasta epurazione di quadri intermedi sia nel settore industriale che in quello agricolo. Nel novembre successivo la rimozione del maresciallo Zukov ‑ l'eroe della vittoria contro Hitler ‑ dalla carica di comandante in capo delle forze armate eliminava l'unico possibile rivale politico di Stalin, il cui potere autocratico raggiunse così il culmine.In continuità con il passato, veniva dato ulteriore impulso all'industria pesante, produttrice di acciaio, carbone, petrolio, elettricità, cemento e armamenti, e alle grandi opere pubbliche; le spese militari continuarono a coprire una fetta cospicua del bilancio statale, oscillante tra un quinto e un quarto del totale. Buona parte dei macchinari industriali localizzati nei paesi dell'est europeo, posti sotto controllo sovietico, fu requisita, smantellata e trasportata nella madrepatria per sostituire quelli andati perduti con la guerra. A fare le spese di questi indirizzi furono come sempre l'agricoltura, insieme ai consumi e al tenore di vita dei cittadini.Tra il 1945 e il 1950 solo il 12% degli investimenti fu destinato all'industria produttrice di beni di consumo, alimentari compresi. Nel dicembre 1947, l'abolizione delle tessere annonarie e del razionamento dei generi alimentari si accompagnò a una drastica riforma monetaria che sostituì e svalutò la valuta nazionale (ogni rublo nuovo valeva dieci rubli vecchi). In questo modo il debito pubblico venne praticamente azzerato.Si determinò un brusco aumento dei prezzi che penalizzava i risparmiatori e il potere di acquisto dei salari: la qualità di vita peggiorò ulteriormente. Ancora nel 1947 il salario medio industriale era pari alla metà di quello del 1940. Per di più, l'accento posto sull'industria pesante ritardò un effettivo rilancio dell'edilizia popolare e il problema dell'abitazione divenne cruciale per moltissime famiglie,in particolare nelle città più grandi. Ma fu soprattutto nelle campagne che si scaricarono i costi del piano quinquennale. Il regime staliniano conseguì alcuni risultati con la colonizzazione di terre non coltivate e l'avvio di grandi opere pubbliche di rimboschimento, irrigazione e impianto di centrali idroelettriche. Sulle strutture cooperative dell'agricoltura sovietica (i Kolchoz e i Sovchoz) furono invece rafforzati i controlli economici e politici e venne aumentata la pressione fiscale sugli appezzamenti personali dei contadini, mentre i prezzi dei prodotti agricoli furono fissati d'autorità a un livello più basso del dovuto. L'assenza di investimenti e quindi di innovazione tecnologica nei metodi di lavorazione della terra e dell'allevamento, unita alla mancanza di incentivi individuali, contribuirono così a mantenere la produttività su livelli molto bassi. Ancora nei primi anni Cinquanta la produzione di cereali era quasi uguale a quella degli ultimi anni dell'epoca zarista, la quantità di bestiame addirittura inferiore, a fronte di un imponente aumento della popolazione.
Nonostante queste ombre, Stalin annunciava al mondo nel 1951 un bilancio consuntivo soddisfacente del piano quinquennale: rispetto al 1940 la produzione industriale era aumentata del 73% e l'impulso dato all'industria pesante era riuscito a dotare il paese, nel settembre 1949, della bomba atomica, annullando il vantaggio accumulato dagli Stati Uniti. Sul piano interno, gli obiettivi di stabilizzare la base industriale del paese, risolvere il problema dell'approvvigionamento energetico, rinnovare la rete di trasporti erano stati sostanzialmente raggiunti. Il successo autorizzava perciò Stalin a varare un quinto piano quinquennale.Si esasperavano ulteriormente i caratteri del precedente fissando l'obiettivo di aumentare ancora del 70% la produzione industriale, attraverso una nuova concentrazione degli sforzi nel settore dell'industria pesante. Mentre in occidente la mobilitazione produttiva della società civile era frutto degli incentivi individuali forniti dall'espansione dei consumi privati, in Unione Sovietica lo stesso risultato era raggiunto con una pervasiva attività di propaganda, centrata sulla lotta per la sopravvivenza che il socialismo doveva sostenere contro il capitalismo e sulla battaglia contro i nemici interni ed esterni della società socialista, ma soprattutto con un rilancio in grande stile del controllo e della repressione poliziesca. Gli ultimi anni del regime staliniano videro il riaccendersi delle persecuzioni ad un livello assai vicino, se non superiore, a quello delle «grandi purghe» degli anni Trenta. Sulla base dei primi dati provenienti dagli archivi sovietici, si calcola che nel 1952 più di 2 milioni di persone fossero recluse nei gulag («Amministrazione statale dei campi di lavoro e correzione») e nelle colonie di lavoro conducendo una vita che il romanziere russo Solgenitsin ha descritto in Una giornata di Ivan Denisovic (1962). Solo la morte improvvisa di Stalin, il 5 marzo 1953, interruppe una campagna antisemita avviata nel gennaio precedente con il processo intentato ad alcuni medici ebrei (poi rilasciati in aprile) accusati di aver assassinato alti dirigenti dello stato e del partito.

 

3- La destalinizzazione

Stalin non aveva voluto né potuto designare un successore e la sua scomparsa privava bruscamente il regime sovietico del proprio baricentro. La carica di capo del governo venne affidata a Malenkov, considerato fin allora l'ombra di Stalin, mentre quella di segretario del partito a Nikita Krusciov, responsabile per i problemi dell'agricoltura. Ma il vero scontro per il potere fu combattuto contro il capo della polizia politica, Beria, che attraverso il ministero della sicurezza e il sistema dei gulag aveva costituito con la protezione di Stalin una sorta di dominio personale, capace di controllare e ricattare dirigenti e quadri dell'amministrazione statale e dell'organizzazione di partito. Nel luglio 1953 Beria fu arrestato sotto l'accusa di alto tradimento e subì l'esecuzione capitale, in dicembre.La leadership politica, esercitata collegialmente dai nuovi leader del Cremlino, ristabiliva così il proprio predominio sul potere autonomo degli apparati di polizia. Al tempo stesso Malenkov proclamò l'intenzione di invertire i criteri-guida della politica economica, rivalutando l'industria leggera e la produzione di beni di consumo. Era una scelta che inevitabilmente entrava in rotta di collisione con il complesso «militare-industriale» e cioè con il patto che ‑come accadeva negli Stati Uniti ‑ legava le forze armate all'industria pesante produttrice di armamenti.Questo, nel clima di una ossessiva preoccupazione per la sicurezza nazionale che caratterizzava gli anni della guerra fredda. I generali sovietici, infatti, reagirono duramente, costringendo alle dimissioni Malenkov, nel febbraio 1955.Lo sostituirno con il maresciallo Bulganin e reintegrarono a ministro della difesa il maresciallo Zukov.Dallo scontro tra i militari e gli uomini più legati a Stalin guadagnò spazi di iniziativa il leader del partito, Krusciov, che attuò alcune mosse importanti. All'interno fu avviata una nuova politica agricola, fondata sul decentramento delle scelte; e all'estero furono stretti rapporti con quei paesi ‑ come Cina, India, Egitto ‑ che si venivano affrancando dal loro passato di sottomissione coloniale ed erano alla ricerca di un partner economico in grado di fornire supporto tecnico e commerciale al loro autonomo sviluppo.
KruscevKruscevEra l'avvio di un primo «disgelo» ‑ come suonava il titolo del romanzo dello scrittore russo Ehrenburg (1954) ‑ tra il potere politico e la società che non poteva non suscitare le resistenze delle strutture consolidate da decenni di stalinismo. Krusciov decise di giocare d'anticipo. Il XX congresso del partito, nel febbraio 1956, fu scelto dal segretario come sede per una accelerazione dello scontro in atto. Nella sua relazione pubblica il segretario confermò la linea di una coesistenza pacifica e competitiva con il mondo capitalista, che attenuava le previsioni di guerra dell'epoca staliniana e, di conseguenza, il potere dei militari. Ma l'atto più clamoroso di Krusciov fu il rapporto segreto* svolto all'ultima seduta del congresso, tenuta a porte chiuse, che demoliva radicalmente la figura di Stalin: «il culto della personalità» aveva aperto la strada a una serie di violazioni gravissime della democrazia e della legalità, il potere illimitato personale si era tramutato in arbitrio e terrore giungendo spesso alla eliminazione fisica dei presunti avversari, condannati sulla base di confessioni estorte con la tortura. Il rapporto che doveva rimanere segreto, venne però reso pubblico nel giugno successivo dal New York Times.Segnò un trauma profondo per milioni di persone che in tutto il mondo avevano avuto fede in Stalin come capo politico. Com'era da aspettarsi, il brusco avvio della destalinizzazione sarebbe stato gravido di conseguenze nei rapporti tra l'Urss e i paesi entrati a far parte del blocco sovietico.Il primo sintomo fu lo scioglimento del Cominform (la struttura di collegamento tra i partiti comunisti creata nel 1947) nell'aprile 1956.
Sul piano interno lo strappo del XX congresso portò alla riorganizzazione della polizia politica in una nuova struttura, il Kgb (Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti, «Comitato per la sicurezza dello stato»), con a capo funzionari di partito e posta alle dirette dipendenze del consiglio dei ministri. La rete dei gulag venne smantellata, anche se le responsabilità del passato vennero attribuite al solo Stalin e alla ristretta cerchia dei suoi collaboratori, rinunciando a un'opera di rinnovamento in profondità. Con il potere militare Krusciov cercò di non approfondire i motivi di scontro: nel maggio 1956 gli effettivi delle forze armate furono ridotti ma all'esercito Krusciov dovette ricorrere per domare la rivolta ungherese nell'ottobre 1956. Nello stesso tempo venne dato grande impulso alla ricerca scientifica e tecnologica nel campo dell'armamento nucleare e missilistico, riportando nell'ottobre 1957 il primo grande successo sugli Stati Uniti con il lancio dello Sputnik, il primo satellite artificiale orbitante attorno alla terra alla velocità di 27 mila chilometri l'ora. I nuovi rapporti con il complesso militare-industriale consentirono a Krusciov di superare la grave crisi seguita agli avvenimenti di Polonia e d'Ungheria, quando gli avversari del segretario attribuirono proprio alla sua politica di destalinizzazione la responsabilità di una perdita di unità e disciplina tra i paesi del Patto di Varsavia. Messo in minoranza nel giugno 1957 all'interno del massimo organo dirigente del partito, Krusciov chiese la convocazione dell'organo più ampio, il Comitato Centrale, dove riottenne la maggioranza. Alcuni esponenti della vecchia guardia staliniana ‑ come il ministro degli esteri Molotov e lo stesso primo ministro Malenkov ‑ furono messi da parte nel luglio successivo, e in ottobre fu destituito anche il maresciallo Zukov. Questa politica di equilibrio e bilanciamento tra i diversi centri di potere della società sovietica condusse Krusciov a riunificare di nuovo nelle proprie mani nel marzo del 1958‑ per la prima volta dopo Stalin ‑ i ruoli di capo del governo e di segretario del partito.
Risolti almeno temporaneamente a proprio favore i rapporti di forza al vertice, Krusciov cercò di affrontare il problema di fondo posto dalla destalinizzazione: quali dovevano essere i nuovi limiti del potere costituito e soprattutto quali nuovi incentivi potevano spingere gli individui a lavorare e produrre?
L'attenuazione del sistema di terrore costituì il preludio per alcune misure che tendevano ad allentare la morsa del partito sulla società civile, fermo restando il principio del monopartitismo. Nel Pcus fu dapprima introdotto il criterio della rotazione periodica degli incarichi di partito.Poi nel novembre 1962, fu ripristinata nell'industria la libertà di autolicenziamento per gli operai impiegati nelle imprese di stato, abrogata da Stalin nel 1940. A partire da questo momento, per tutta l'era kruscioviana, almeno un terzo degli addetti industriali sovietici cambiò posto di lavoro ogni anno. Il sistema scolastico privilegiò l'istruzione tecnica. L'inflessibile centralismo dei piani quinquennali fu prima controbilanciato, nel maggio 1957, dall'istituzione di regioni industriali autonome governate da consigli direttivi e poi definitivamente sospeso nel settembre, con l'interruzione del sesto piano varato nel 1956.Fu sostituito con un piano settennale di prospettiva, assai meno rigido nella determinazione degli obiettivi di produzione. Fu avviato un nuovo piano di edilizia popolare e le macchine agricole vennero vendute dallo stato ai kolchoz.In concomitanza di una serie di buoni raccolti, si ebbe una sostenuta ripresa della produzione agricola. Rimaneva tuttavia irrisolto il problema dell'industrializzazione leggera del paese e della correlata espansione del mercato dei beni di consumo, reso ancor più urgente dalla rinnovata espansione demografica.Nel 1955 la popolazione era tornata ai livelli prebellici.Nel 1959 (per la prima volta nella storia dell'Urss) gli abitanti della città sopravanzarono il numero di quelli delle campagne. Nonostante gli indubbi successi conseguiti sul piano tecnologico che videro nell'aprile 1961 il lancio del primo uomo (il pilota Yuri Gagarin) nello spazio orbitale, nel 1960 il prodotto nazionale lordo sovietico era ancora fermo a pocoGagarin più di metà di quello statunitense.
La destalinizzazione «dall'alto», condotta da Krusciov su una linea sottile e delicata di compromesso con il passato e di liberalizzazione parziale della società, autorizzò il segretario del partito a prevedere solennemente ‑ al XXII congresso del partito nell'ottobre 1961 ‑ il passaggio dal socialismo al comunismo, inteso come superamento del tenore di vita dei paesi capitalistici, e a rilanciare gli attacchi a Stalin, la cui salma venne rimossa dal mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa. In realtà rimaneva aperta la contraddizione tra questi correttivi limitati e un sistema oligarchico e autoritario, diretto da un ristretto numero di persone senza controlli dal basso. I problemi più gravi, per il segretario del Pcus, vennero comunque dalla politica estera. La crisi del 1956 aveva irreversibilmente minato il principio di autorità all'interno del campo socialista: lo stesso Patto di Varsavia che, dal maggio 1955, stabiliva i termini della alleanza militare tra l'Urss e i paesi dell'est europeo, contribuiva ad assegnare agli alleati una dignità paritetica con lo stato-guida sovietico nonché la possibilità di contatti e accordi orizzontali senza necessariamente passare da Mosca. Gli effetti positivi di una ripresa di rapporti con la Jugoslavia furono rapidamente cancellati dal conflitto apertosi nel 1958 con la dirigenza comunista cinese, che premeva senza successo per un ingresso paritario nel «club» delle potenze nucleari e nel concerto diplomatico delle due superpotenze. Nel giugno 1959 Krusciov decise dapprima di rompere la collaborazione nel campo dell'energia nucleare con la Cina e poi, nel luglio 1960, di ritirare i tecnici e i consiglieri sovietici inviati in territorio cinese negli anni precedenti. La rottura spinse i dirigenti cinesi a un'azione di fronda nei confronti della leadership sovietica ‑ incentrata su un rilancio della lotta antiimperialista dei paesi più poveri ‑ che trovò appoggi espliciti nei partiti comunisti asiatici e in quello albanese ma incoraggiò anche la Romania guidata da Gheorghiu Dei a rivendicare uno spazio autonomo di crescita industriale libero dalla sudditanza commerciale con l'Urss.
La politica estera kruscioviana andava dunque incontro a diverse delusioni ‑ cui andava aggiunto anche l'esito della crisi di Cuba.Sul piano interno continuava a crescere il peso di un «produttivismo austero» privo di una correlata e adeguata espansione dei consumi privati. Erano ormai mature le condizioni per una rimozione di Krusciov che venne deposto nell'ottobre 1964 -senza suscitare opposizioni- da una «trojka» composta da Breznev, nuovo segretario del partito, Kossighin, nuovo capo del governo, e Podgorny, nuovo capo dello stato.

 

4- La restaurazione brezneviana

Il cambio al vertice era l'espressione di un nuovo compromesso tra i poteri forti (esercito, partito, sindacato) che si erano ribellati alla direzione personalistica e aggressiva di Krusciov. Le cariche di governo e di partito furono nuovamente separate e si tornò al principio di una formazione collegiale delle decisioni.In politica estera la caduta di Krusciov si tradusse in un rinnovato impegno diplomatico sovietico in Asia, attraverso una nuova politica di aiuti al Vietnam e alla Corea del Nord. All'interno l'effetto più vistoso fu la chiusura della stagione del disgelo. Alla parziale liberalizzazione dell'epoca kruscioviana fece seguito una ripresa della repressione poliziesca, che si esplicò nel 1966 con il processo ai due scrittori Siniavsky e Daniel, rei di aver pubblicato all'estero scritti ritenuti antisovietici, e con il divieto reiterato di ritiro del premio Nobel imposto ad altri artisti russi come Solgenitsin e Pasternak. La vita culturale venne costretta alla clandestinità e si sviluppò il fenomeno del «dissenso» tra ristretti gruppi di intellettuali e scienziati ‑ come il fisico Sacharov, in passato collaboratore al progetto della bomba atomica sovietica e adesso obbligato a passare lunghi periodi di internamento in ospedali psichiatrici ‑ che si battevano per il riconoscimento dei diritti civili e delle libertà individuali, i cui scritti, circolavano illegalmente dentro e fuori i confini dell'Unione Sovietica. Alla chiusura sul piano politico e culturale fecero riscontro alcune parziali aperture sul terreno economico. Si tentò di risolvere l'annoso problema degli incentivi individuali attraverso una crescita degli investimenti statali nella produzione di beni di consumo e una relativa autonomia concessa alle direzioni aziendali per il reimpiego dei propri profitti in integrazioni salariali. Rinnovato impulso venne dato alle politiche edilizie. Nel 1969 un congresso nazionale dei contadini dei kolchoz ‑ il primo dopo il 1935 ‑ ottenne il riconoscimento del diritto alla pensione di anzianità e della libertà di movimento per tutto il territorio nazionale. Si aprirono anche spazi maggiori alla collaborazione commerciale con i paesi occidentali e particolarmente con gli Stati Uniti che, fin dal cattivo raccolto del 1963, erano diventati fornitori di grano sul mercato sovietico. Nell'aprile 1966 la visita in Italia del ministro degli esteri Gromyko portò alla conclusione di un accordo con la Fiat per la costruzione di uno stabilimento automobilistico in Urss. Ma queste aperture furono presto limitate da un nuovo incremento delle spese militari, che nel 1969 spostarono di novo il baricentro della crescita sovietica in direzione dell'industria pesante.
La stabilizzazione seguita alla caduta di Krusciov prendeva così la forma di un nuovo patto sociale non scritto, che riduceva di molto, rispetto all'epoca staliniana, il peso del terrore repressivo organizzato restringendolo di fatto ai fenomeni di dissidenza intellettuale.Nel contempo concedeva a tutti alcune sicurezze ‑ casa, lavoro,sanità,scuola ‑ sia pure a un basso livello qualitativo. Perduravano le compressione dei consumi individuali e del tenore di vita. Per garantire queste sicurezze veniva impiegata una quota crescente del reddito nazionale ‑ ferma restando la preminenza accordata alle spese militari ‑ e si riduceva di conseguenza il volume degli investimenti. Il risultato era quello di un aumento considerevole della stabilità e della pace sociale accompagnato, però da un calo progressivo della produttività e da un blocco sostanziale dell'innovazione tecnologica: aspetti di fondo che non mancheranno di far sentire il proprio peso nel medio periodo.
Garante e tutore di questo patto sociale era la nomenklatura, cioè la burocrazia di stato e di partito, depositaria del potere e responsabile della pianificazione economica, privilegiata nelle retribuzioni e nella qualità di vita. Priva di controlli democratici e di trasparenza nei metodi di reclutamento e carriera, questa «nuova classe» ‑ così si intitolava l'opera del dirigente comunista jugoslavo Gilas (1957) ‑ era strutturalmente esposta a fenomeni di nepotismo e corruzione, che in epoca brezneviana si diffusero a macchia d'olio. La crescita del malcostume nelle sfere dirigenti, che ne minava alla base il prestigio e l'autorità, andava in parallelo allo sviluppo di una «seconda economia», parallela a quella ufficiale e legata al fenomeno del mercato nero, fornitore illegale di valuta straniera e di prodotti poco reperibili che davano vita a un terreno di coltura adatto allo sviluppo di veri e propri nuclei di criminalità organizzata.
La piena coscienza di questa debolezza profonda del proprio modello di sviluppo, dettò al Cremlino un atteggiamento di rigida intransigenza contro ogni fonte di instabilità esterna, il cui potenziale contagio rischiava di trovare terreno facile non soltanto negli altri paesi membri del Patto di Varsavia ma nell'Unione Sovietica stessa. Per questa ragione l'esperimento di parziale liberalizzazione interna avviato in Cecoslovacchia nel 1968, che pure ‑ a differenza di quello ungherese del 1956 ‑ era pienamente diretto dal partito comunista e si muoveva entro un orizzonte di fedeltà all'alleanza politica e militare con l'Urss, venne duramente represso con un intervento militare. Al soffocamento della «primavera di Praga» fecero seguito, nel marzo 1969, gli scontri alla frontiera con la Cina in prossimità del fiume Ussuri. Ma alla conferenza dei partiti comunisti che si tenne nel giugno dello stesso anno a Mosca, alla presenza dei delegati di 75 paesi, la proposta sovietica di un documento di condanna del partito cinese venne clamorosamente battuta dopo un dibattito che vide emergere posizioni di netta condanna ‑ tra cui quella di Berlinguer, in rappresentanza del partito italiano ‑ anche dell'intervento in Cecoslovacchia.
A partire dal 1970, comunque, l'economia sovietica perse slancio e tutti i suoi indicatori di crescita apparvero in netto rallentamento. Il susseguirsi di cattivi raccolti si accompagnò al lento esaurimento delle risorse estensive, legate alla crescita demografica naturale e al dissodamento e sfruttamento di nuove terre, all'impervia e costosa localizzazione in Siberia di nuove fonti di energia (gas, petrolio), alle difficoltà di penetrazione delle nuove tecnologie.
BreznevBreznevNonostante l'ormai massiccio e sistematico ricorso alle importazioni, le grandi città si trovarono ad affrontare ricorrenti crisi di approvvigionamento anche dei generi di prima necessità, che dettero nuovo alimento all'inflazione e alla piaga del mercato nero. La parola d'ordine della stabilità, su cui Breznev aveva fondato il proprio consenso, fu messa seriamente in discussione e la nomenklatura sovietica cercò di giocare la carta estrema di un rilancio della politica di potenza sul piano internazionale, sfruttando la momentanea debolezza degli Stati Uniti sconfitti in Vietnam.

 

Scheda: il rapporto segreto di Krusciov *

Durante i lavori del XX Congresso del Partito comunista dell'Unione Sovietica, nella notte tra il 24 e il 25 febbraio 1956, si tenne una seduta a porte chiuse riservata ai soli delegati. Il segretario Nikita Krusciov vi tenne un lungo rapporto che per la prima volta rivelava la portata dei crimini di Stalin: arresti, deportazioni, processi sommari, esecuzioni capitali che avevano colpito migliaia di cittadini. Secondo le ricerche più recenti si trattò di una scelta personale di Krusciov - la relazione introduttiva pubblica aveva semplicemente accennato in modo generico alla questione del «culto della personalità» - che servì a mettere sulla difensiva e di fronte al fatto compiuto i suoi oppositori al vertice del partito, molti dei quali legati alla «vecchia guardia» staliniana. Il rapporto era destinato perciò a rimanere segreto e anche gli osservatori stranieri che ebbero modo di prenderne visione - tra cui i segretari dei partiti comunisti italiano e francese, Togliatti e Thorez - si mantennero fedeli alla consegna del segreto, non rivelandone il contenuto nemmeno ai loro collaboratori più stretti. Per vie traverse, ancora non del tutto accertate - ma gli indizi convergono verso la dirigenza dello stato polacco - il rapporto Krusciov pervenne al Dipartimento di stato americano che, valutata la situazione, decise di renderlo pubblico allo scopo di creare difficoltà alla nuova e ancora fragile leadership del Cremlino. Il 5 luglio 1956 il documento venne pubblicato per esteso dal quotidiano «New York Times» ed ebbe subito una risonanza enorme. Per milioni di militanti comunisti fu la fine traumatica di un mito che la vittoria nella seconda guerra mondiale aveva contribuito in misura decisiva ad alimentare: non solo crollava la fede in un uomo - in Occidente come in Oriente il culto della personalità rappresenta uno dei tratti peculiari del XX secolo - ma anche un modello di società, spesso esaltato alla stregua di un paradiso terrestre, veniva seriamente posto in discussione. Come si vedrà dagli estratti che seguono, il rapporto di Krusciov era centrato sulla contrapposizione di Stalin e del suo metodo di governo a Lenin, di cui venne pubblicizzato il testamento che nel 1924 metteva in guardia la direzione del partito bolscevico dal concentrare troppo potere nelle mani di Stalin. Lo scopo trasparente era cioè quello di circoscrivere la degenerazione dello stato sovietico alle responsabilità di un solo uomo e delle sue ossessioni personali: con un procedimento assai poco scientifico e marxista, come lo stesso Togliatti osservò nell'intervista rilasciata a «Nuovi argomenti» nell'estate del 1956.

Quando si analizza la condotta di Stalin nei confronti della direzione del partito e del paese, quando ci si ferma a considerare ciò che Stalin ha commesso, bisogna ben convincersi che i timori di Lenin erano giustificati. I difetti di Stalin, che al tempo di Lenin erano solo in germe, avevano assunto il carattere di un autentico dispotismo, che ha arrecato indicibili danni al nostro partito...
Stalin non agiva con la persuasione, con le spiegazione la paziente collaborazione con gli altri, ma imponendo le sue idee ed esigendo una sottomissione assoluta. Chiunque si opponeva ai suoi disegni o si sforzava di far valere il proprio punto di vista e la validità della sua posizione era destinato ad essere estromesso da ogni funzione direttiva, e, in seguito, «liquidato» moralmente e fisicamente. Questo fu particolarmente vero nel periodo seguito al XVII Congresso, quando eminenti dirigenti e semplici militanti del partito, gente onesta e devota alla causa del comunismo, caddero vittime del dispotismo di Stalin.
Dobbiamo ricordare che il partito dovette sostenere una dura lotta contro i trotskisti, i destri e i nazionalisti borghesi e che esso disarmò ideologicamente tutti i nemici del leninismo. Questa lotta ideologica è stata condotta a termine con successo, col risultato di rafforzare e temprare il partito. Qui Stalin ha avuto una funzione positiva...
Mette conto osservare che, anche durante il corso della furiosa lotta ideologica contro i trotskisti, gli zinovievisti, i bukhariniani ed altri, non si erano mai adottate contro di loro misure estreme di repressione, poiché la lotta veniva combattuta sul terreno ideologico. Ma alcuni anni più tardi, quando il socialismo era fondamentalmente edificato nel nostro paese, quando le classi sfruttatrici erano state generalmente liquidate, quando la struttura sociale sovietica era radicalmente cambiata, quando la base sociale per i movimenti e i gruppi politici ostili al partito si era estremamente ridotta, quando gli avversari politici del partito erano da tempo politicamente vinti, si scatenò contro di loro la repressione.
Fu precisamente in questo periodo (1935-1937-1938) che nacque la pratica della repressione in massa attuata mediante l'apparato dello stato, prima contro i nemici del leninismo - trotskisti, zinovievisti, bukhariniani, da tempo sconfitti politicamente dal partito - e poi anche contro molti onesti comunisti, contro i quadri del partito, che avevano sopportato il grave onere della guerra civile, i primi e più difficili anni dell'industrializzazione e della collettivizzazione e che si erano attivamente battuti contro i trotskisti e la destra per il trionfo della linea leninista in seno al partito.
Fu Stalin a formulare il concetto di «nemico del popolo». Questo termine rese automaticamente inutile il fornire la prova degli errori ideologici dell'uomo o degli uomini impegnati in una controversia; rese possibile l'uso della repressione più crudele, in violazione di tutte le norme della legalità rivoluzionaria, contro chiunque fosse in qualunque modo in disaccordo con Stalin; contro chi fosse anche solo sospetto di intenzioni ostili, contro chi avesse una cattiva reputazione...
Ciò portò a violazioni patenti della legalità rivoluzionaria e al fatto che molte persone del tutto innocenti, che nel passato avevano difeso la linea del partito, si trovarono tra le vittime. Va anche detto che, per quanto riguarda coloro che un tempo si erano opposti alla linea del partito, non v'erano spesso ragioni sufficientemente serie per la loro liquidazione fisica. La formula «nemico del popolo» era stata creata appunto allo scopo di annientare fisicamente tali individui.
È un fatto che molti uomini, che più tardi furono soppressi come nemici del partito e del popolo, avevano collaborato con Lenin, quando egli era vivo. Alcuni di loro avevano commesso errori, quando Lenin era ancora vivo, ma nonostante questo, egli aveva messo a profitto il loro lavoro, li aveva riportati sulla buona strada e aveva fatto tutto il possibile per mantenerli nei ranghi del partito, incitandoli a seguire il suo esempio...
Tutti sanno come Lenin fosse implacabile con i nemici ideologici del marxismo, con coloro che deviavano dalla linea corretta del partito. Ma nello stesso tempo, Lenin esigeva, nel suo metodo direttivo del partito, il più stretto contatto dentro il partito con gli uomini che avevano mostrato qualche decisione o un temporaneo non conformismo con la linea del partito, ma che era possibile riportare sulla buona strada. Lenin consigliava di educare pazientemente questi uomini, senza ricorrere a provvedimenti estremi...
Stalin aveva rinunciato al metodo leninista della persuasione e dell'educazione; aveva abbandonato il metodo della lotta ideologica sostituendolo con quello della violenza amministrativa, delle repressioni in massa e del terrore. Agiva, su scala sempre più grande e in maniera sempre più inflessibile, mediante gli organi punitivi, violando nello stesso tempo tutte le norme esistenti della moralità e della legislazione sovietica.
Il comportamento arbitrario di un solo individuo incoraggiò e permise gli arbitri degli altri. Arresti e deportazioni in massa di parecchie migliaia di persone, esecuzioni senza processo e senza la normale istruzione, crearono condizioni di insicurezza, di paura e financo di disperazione. Ciò, naturalmente, non contribuì all'unità nelle file del partito e in tutti gli strati della popolazione lavoratrice, ma, al contrario, ebbe come effetto l'espulsione dal partito, e poi la soppressione di leali militanti, che per Stalin erano degli incomodi.
Il nostro partito ha combattuto per l'applicazione delle idee di Lenin e per l'edificazione del socialismo. Fu una lotta ideologica. Se, nel corso di questa lotta, i princìpi leninisti fossero stati osservati e se la fedeltà del partito a quei princìpi fosse stata abilmente congiunta a una costante sollecitudine per gli uomini, se questi uomini non fossero stati allontanati e respinti con durezza, ma attirati piuttosto verso di noi, non avremmo certamente conosciuto questa violazione brutale della legalità rivoluzionaria e migliaia di persone non sarebbero state vittime dei metodi terroristici. L'uso di misure eccezionali sarebbe stato rivolto solamente contro coloro che avessero commesso realmente atti delittuosi contro il sistema sovietico...
Possedendo un potere illimitato, si abbandonava all'arbitrio e annientava le persone moralmente e fisicamente. Ne derivava che nessuno poteva esprimere la propria opinione. Quando Stalin diceva che questo o quello doveva essere arrestato, bisognava ammettere sulla parola che si trattava di un «nemico del popolo». E la cricca di Beria, responsabile degli organi di sicurezza dello stato, andava a gara per provare la colpevolezza degli arrestati e la validità dei documenti che essa falsificava. E quali prove erano offerte? Le confessioni dei detenuti. I giudici inquirenti prendevano sul serio queste confessioni. E come può un uomo confessare delitti che non ha commesso? In un solo modo: in seguito all'applicazione dei metodi di pressione fisica, di torture, che conducono a uno stato di incoscienza, di crollo intellettuale, di privazione della dignità umana. Così si ottenevano le «confessioni».

 

5- Da Breznev a Gorbacev

Quando ai primi di marzo del 1985 morì Konstantin Cernenko, segretario del Pcus, nessuno immaginò che nel giro di pochi anni l'Urss si sarebbe profondamente trasformata fino a dissolversi, trascinando nella sua fine i regimi comunisti dei paesi dell'Europa centro-orientale.
Negli anni ‘70 il potere di Breznev si era rafforzato sulla base di un accordo tra i principali gruppi dominanti.Prevalse un conservatorismo esasperato e la disciplina di partito ebbe il sopravvento sulle esigenze degli strati tecnico-scientifici. E' attorno alla metà degli anni ‘70, tuttavia, che ha inizio quella crisi che diverrà evidente circa dieci anni dopo.
L'Urss era ormai un paese durevolmente urbanizzato, in cui, per motivi demografici, non si aveva più quella riserva di manodopera che, in passato, aveva permesso un costante sviluppo industriale. Crollò la produttività e, con l'esclusione del settore militare, diminuirono gli investimenti. Il macchinario era invecchiato e si cercò di porvi rimedio con importazione di tecnologia dall'occidente, che venne pagata sfruttando intensamente le risorse energetiche. Una serie di raccolti disastrosi (in parte dovuti al clima, in parte alle insufficienze dello stoccaggio e dei trasporti) acuì la crisi semipermanente dell'agricoltura.
L'incapacità del sistema di utilizzare il potenziale umano e intellettuale di una società fortemente acculturatasi e modernizzatasi nell'ultimo ventennio, portò alla criminalizzazione di ogni iniziativa individuale. La centralizzazione, la burocrazia, i numerosi vincoli amministrativi e il rafforzamento dei controlli politici condussero l'economia sovietica in uno stato di stagnazione e di rapida obsolescenza. Breznev favorì il crescere della corruzione e dei privilegi della nomenklatura, cooptando ai vertici del potere clan a lui legati da vincoli di parentela, di amicizia e interessi. La distanza tra il partito e la società si accentuò ancora di più, insieme al crescere delle disuguaglianze sociali ed economiche.
Fu questo il periodo in cui la lotta contro il dissenso divenne più ampia e continua, mentre in politica estera prevaleva un nuovo orientamento aggressivo ed espansionista. La distensione con l'occidente, che trovò il suo apogeo nella conferenza di Helsinki del 1972 (l'Urss s'impegnò a non usare i partiti comunisti per indebolire il capitalismo e in cambio vide riconosciuto l'«ordine sovietico» all'est, impegnandosi, ma solo formalmente, a riconoscere i diritti civili ai propri cittadini) e nel trattato di limitazione delle armi nucleari, non durò a lungo. Convinto che la sconfitta americana nel Vietnam e gli sviluppi del caso Watergate (che avevano costretto il presidente Nixon a dimettersi) avessero indebolito gli Stati Uniti, Breznev ritenne di poter modificare a proprio vantaggio l'accordo e l'equilibrio da tempo esistente tra le due superpotenze. Accanto alla «competizione» tra i due campi, che aveva preso il posto della «coesistenza» dell'epoca chrusceviana, l'Urss sviluppò una politica di «mondializzazione» che la condusse a una maggiore e più incisiva presenza in Medio Oriente e in Africa (Angola, Mozambico, Somalia, Etiopia, Yemen del sud).
Le guerre in Angola e in Etiopia, dove il coinvolgimento dell'Urss fu anche militarmente più rilevante, indebolirono la distensione e dettero a Breznev l'impressione di poter estendere il proprio controllo diretto dove esercitava la propria influenza. La rivoluzione islamica che nel 1978 aveva portato in Iran alla cacciata dello shah aveva nel frattempo costituito una ulteriore sconfitta per gli Stati Uniti. L'atto più rilevante di questa nuova politica sovietica fu l'invasione dell'Afghanistan che ebbe luogo nel dicembre del 1979 con lo scopo di imporre un regime «amico» dell'Urss.
Breznev trascorse l'ultimo periodo della sua vita sempre più malato e lontano dalla vita pubblica. Morì nel novembre 1982 e venne sostituito da Jurij Andropov, per quindici anni alla testa del Kgb (la polizia politica dell'Urss). Nei quindici mesi in cui fu segretario del Pcus (morì infatti nel febbraio 1984), Andropov pose le basi per una serie di riforme politiche ed economiche che non ebbe modo di attuare, ma della cui necessità e improrogabilità era tuttavia consapevole. Favorì l'inserimento ai vertici del partito di dirigenti più giovani appartenenti al gruppo dei rinnovatori.
Alla sua morte prevalse tuttavia il peso del vecchio apparato e venne eletto nuovo segretario del Pcus Konstantin Cernenko. Anch'egli, tuttavia, era gravemente malato e sopravvisse al nuovo incarico per un anno soltanto.

 

6 - L'Europa centro-orientale negli anni ‘70 e ‘80

L'invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e la proclamazione della «dottrina Breznev» avevano segnato la fine delle nuove speranze di cambiamento all'interno delle democrazie popolari. Nei paesi dell'est l'idea del socialismo equivale ormai a coercizione e violenza: gli oppositori del regime non s'illudono più di poter riformare il sistema, abbandonando ogni ipotesi di socialismo critico o «dal volto umano».
Nel dicembre 1970 una nuova rivolta scosse tuttavia le democrazie popolari In Polonia la polizia aprì il fuoco contro gli operai dei cantieri navali di Danzica, scesi in sciopero contro l'aumento dei prezzi dei generi alimentari. La ribellione si estese su tutto il litorale baltico, le sedi di partito vennero assalite.I morti furono 44 e i feriti oltre mille. Gomulka, a capo del partito dal 1956, fu costretto a dimettersi, sostituito da Edward Gierek, che venne incontro alle richieste degli operai e introdusse una serie di miglioramenti nel tenore di vita della popolazione.
Questa politica ebbe successo nel breve periodo, ma non poté impedire che a metà degli anni ‘70 si presentasse una crisi ancora più grave, frutto di un debito estero della Polonia sempre più grande. Anche Gierek, nel giugno del 1976, fu costretto ad aumentare i prezzi e a reprimere con durezza le manifestazioni di protesta. Molti dei duemila arrestati vennero condannati a dieci anni di carcere. Nel corso dei processi nacque una nuova opposizione, questa volta non politica e di taglio solidaristico, che riuscì ad unire operai e intellettuali. L'attività clandestina crebbe di giorno in giorno, i giornali illegali e le forme di propaganda e di resistenza si moltiplicarono, si crearono università «volanti» e si fondò un sindacato autonomo. Le associazioni per i diritti civili, che si richiamavano agli impegni sottoscritti a Helsinki anche dalla Polonia, si diffusero in tutto il paese trovando una forte spinta al momento dell'elezione al soglio pontificio, nell'ottobre 1978, del papa polacco Karol Woytila, Giovanni Paolo II.
Nel 1979 si moltiplicarono nuove proteste e agitazioni, scioperi e manifestazioni, che culminarono nell'agosto con la nascita di Solidarnosc, il primo sindacato libero e indipendente di un paese socialista. L'opposizione cresceva, mentre il governo oscillava tra promesse di riforma e minacce di repressione. Il movimento non era più circoscritto al Baltico e si estendeva a tutto il paese, conquistando di fatto spazi di libertà prima inimmaginabili. Il governo tentò, con la mediazione della Chiesa, di giungere a un accordo. Nel settembre 1981 Gierek fu sostituito alla testa del governo, mentre nel partito comunista si fronteggiavano i fautori delle riforme e quelli della repressione. Mentre la forza di Solidarnosc cresceva e contagiava una parte dei dirigenti comunisti e della base del partito, il governo divenne sempre più intransigente. La possibilità di un intervento sovietico aumentava di giorno in giorno e il generale Jaruzelski, da novembre alla testa del governo, il 12 dicembre 1981 dichiarò lo stato di guerra e ordinò l'arresto dei dirigenti di Solidarnosc, primo fra tutti Lech Walesa.
Anche in Cecoslovacchia gli anni settanta furono anni di crisi, di nuovi tentativi e nuove forme di opposizione, di repressione e controllo sempre più ferreo sulla società civile. Sulla spinta delle speranze suscitate dalle risoluzioni di Helsinki sui diritti umani, nel 1977 era nato, in seguito all'arresto e al processo di un gruppo rock, il movimento Charta ‘77, che intendeva su una base non ideologica difendere i cittadini che avevano il coraggio di esprimere le proprie idee sui luoghi di lavoro e nella vita pubblica e privata. I dirigenti del movimento, tra cui lo scrittore Vaclav Havel, vennero perseguitati e arrestati, mentre furono soffocati tutti i tentativi di protesta operaia contro le condizioni di vita sempre più difficili.
Solo in Ungheria, almeno in parte, il regime continuò a perseguire un disegno di cauta riforma economica e di moderato permissivismo, nella speranza di evitare una crisi profonda e di bloccare la nascita di una opposizione aperta e diffusa. Negli anni ‘70 e nei primi anni ‘80 l'Ungheria fu sicuramente la democrazia popolare dove la repressione fu meno aperta e diffusa. Non così, invece, in Romania, dove pure il regime di Ceausescu cercava consensi sulla base di una maggiore autonomia e indipendenza dall'Urss.
Negli ultimi anni di Breznev la normalizzazione degli stati del blocco sovietico sembrava formalmente compiuta. La crisi economica crescente e la coscienza ormai raggiunta in quei paesi dalla maggioranza della società civile rendevano tuttavia problematico il mantenimento dell'ordine con la sola forza della repressione. Una nuova e potente spinta al mutamento venne, anche per l'Europa orientale, dalla nomina a segretario generale del Pcus di Michail Gorbacev.

 

7- Gorbacev e la riforma impossibile

Nel momento in cui Gorbacev diventava segretario generale del Pcus, in occidente dominava l'idea che in Urss vi fosse un regime immutabile, che la società civile fosse ad esso sottomessa e atomizzata, che la burocrazia fosse monolitica e onnipresente, che l'indottrinamento e il monopolio dell'informazione non permettessero il sorgere di una coscienza critica. Non si comprendeva che il regime politico totalitario dell'Urss non era riuscito a impedire la crescita di una realtà sociale complessa e in evoluzione, entro cui aumentavano gli spazi di autonomia e le reti di relazioni estranei al potere.
GorbaciovGorbaciovGorbacev, e con lui una parte della dirigenza sovietica, era convinto che l'Urss avesse bisogno di riforme profonde per uscire dalla crisi in cui era caduta. E' comprensibile che in una società strutturata come l'Urss fosse ai vertici del potere che si aveva maggiore coscienza delle difficoltà oggettive e delle necessità di mutamento: ma era sempre all'interno dei circoli dirigenti che erano maggiori le resistenze e gli ostacoli a ogni trasformazione che potesse indebolirne il ruolo, diminuirne la ricchezza, scalfirne i privilegi.
Gli appelli alla riforma incontravano, naturalmente, le aspirazioni di gran parte della società, soprattutto di quell'ampia percentuale istruita e acculturata, soprattutto in senso tecnico-scientifico, costretta dalla «stagnazione» dell'ultimo decennio e dai meccanismi del potere autoritario-burocratico a non poter esprimere le proprie conoscenze, utilizzare le proprie qualità, soddisfare i propri bisogni.
Due furono, tra le parole-chiave della riforma, quelle che ebbero maggiore importanza: la ristrutturazione (perestrojka) e la trasparenza (glasnost'). Con la prima si voleva rivitalizzare l'economia, concedendo maggiori responsabilità e autonomia ai singoli dirigenti e ai diversi settori, lasciando una crescente libertà in modo da favorire la nascita di un mercato aperto e dinamico. Con la seconda si voleva interrompere il rapporto di menzogna-sfiducia esistente tra il potere e la società, deideologizzando l'informazione e accettando di rendere libera l'espressione e pubblico il discorso politico e culturale.
Fu soprattutto la glasnost' a trovare accoglienza favorevole e a sollecitare aperture ancora più profonde e innovative. Giornalisti, scrittori, artisti, scienziati dettero il proprio contributo alla riconquista della verità e al rifiuto della menzogna, abolendo di fatto la censura e lasciando che si moltiplicassero gli interrogativi e le indagini sul passato e sul presente del regime comunista.
Non si trattò di un processo lineare e fluido. Più nella società sovietica aumentavano gli spazi di libertà e le richieste di autonomia, maggiori si facevano le resistenze di una parte importante dell'apparato burocratico e dei quadri di partito. I fautori delle riforme, tra l'altro, erano divisi al loro interno e lo stesso Gorbacev, che all'estero godeva di un crescente prestigio e della fiducia della comunità internazionale, incontrava non pochi ostacoli all'interno dell'Urss.
Il primo di essi era, ovviamente, la nomenklatura, contro cui si rivolgeva il malcontento politico e sociale della maggioranza dei cittadini: non sempre capaci di distinguere tra l'ala riformista e quella restauratrice di un partito, che veniva considerato nel suo insieme responsabile della situazione esistente. Gorbacev cercò di imporre un compromesso tra le due ali del partito, scontentando spesso entrambe e non riuscendo sempre a evitare una politica a zig-zag, contraddittoria e timida. Anch'egli, del resto, era convinto che la società fosse incapace di esprimere una propria autonomia e che solo una riforma del partito e dello stato avrebbe permesso all'Urss di trovare una nuova direzione di sviluppo.
Le riforme economiche, frattanto, si rivelarono un fallimento, incapaci di offrire una maggiore quantità di beni a prezzi accessibili. L'auspicato compromesso tra piano e mercato, tra efficacia economica e sostegno sociale, dette luogo a caos e incertezza, carenza di merci e di beni e aumento della corruzione e dell'arbitrio. Al blocco della crescita industriale si accompagnarono la ripresa dell'inflazione e l'aumento del debito pubblico, rendendo problematica la creazione di un vasto movimento sociale di appoggio a Gorbacev e alla sua politica di riforme.
Dove la politica del nuovo segretario del Pcus fu ancora più deludente e fallimentare, tuttavia, fu a proposito della «questione nazionale». I conflitti nazionali, infatti, costituirono la più pericolosa e la più inaspettata delle tensioni innestate dalla glasnost'. Dietro le affermazioni ufficiali e formali di autonomia e uguaglianza, nell'Urss era sempre prevalsa una tendenza imperiale e russocentrica nei confronti delle diverse nazionalità e repubbliche. Breznev aveva cercato di integrare le élites locali (spesso delle vere e proprie mafie a carattere burocratico) cooptandole nei vertici del partito. Con la maggiore libertà e informazione introdotte da Gorbacev, le tensioni a lungo accumulate trovano uno spazio in cui esprimersi ed esplodere. Si trattava, tra l'altro, di situazioni spesso complesse sul piano giuridico e costituzionale, di difficile soluzione per il sovrapporsi di ingiustizie passate e di aspirazioni e rivendicazioni spesso improntate al più rigido egoismo nazionalistico.
In molte aree - i paesi baltici, la Moldavia, l'Armenia, la Georgia, l'Ucraina - la lotta per l'autonomia si trasformò in pochi mesi in spinta all'indipendenza. La crisi economica rese più facile la radicalizzazione degli antagonismi etnici: molte repubbliche si sentivano discriminate e sfruttate da Mosca, ma erano pronte a perseguitare le minoranze presenti all'interno per favorire le nazionalità prevalenti e conquistare il consenso della maggioranza. Di fronte ai conflitti, anche sanguinosi, che si manifestarono in diverse parti dell'Urss, il comportamento del governo fu ambiguo e debole, favorendo così il rafforzarsi di movimenti nazionalisti estremisti, spesso guidati dalla stessa dirigenza comunista locale.
Dove la mobilitazione etnica sfociò più facilmente nel nazionalismo e nel separatismo fu nei paesi baltici (Lituania, Estonia, Lettonia), stati che erano stati annessi all'Urss con la forza nell'epoca della seconda guerra mondiale e che godevano di una situazione economica più favorevole di quella delle rimanenti repubbliche. Tra il 1988 e il 1989 le elezioni condotte in base alle nuove leggi di riforma dettero la maggioranza ai Fronti popolari: dopo accesi dibattiti sui principi della sovranità nazionale i soviet supremi dei paesi baltici si dichiararono sovrani e emendarono le costituzioni nazionali col fine ormai dichiarato di raggiungere l'indipendenza.
Nel 1988 la XIX Conferenza del Pcus aveva introdotto una riforma istituzionale di grande rilievo: il presidente dell'Urss veniva dotato di vasti poteri ed era eletto dal Congresso dei deputati del popolo. Quest'ultimo, composto da 2.250 persone (di cui 1.500 eletti a suffragio universale e 750 designati dal partito e dai sindacati) avrebbe a sua volta eletto un Soviet supremo di 544 membri. Spettava al Congresso, tuttavia, deliberare sulle riforme costituzionali, economiche, politiche. Nel marzo 1989 ebbero luogo le prime elezioni, che dettero una vasta maggioranza ai fautori delle riforme. Un anno dopo, nel marzo 1990, il Parlamento elesse Gorbacev presidente dell'Unione Sovietica.

 

8 - La disgregazione del blocco sovietico e la fine del comunismo nell'Europa orientale

L'elezione di Gorbacev non portò mutamenti profondi soltanto all'interno dell'Urss, ma in tutto il mondo comunista. La politica estera del nuovo segretario fu rivolta alla ricerca della sicurezza tramite l'accordo politico e il disarmo, non più con l'obiettivo della parità strategico-militare come era stato nell'epoca di Breznev. Nell'ottobre 1986 ebbe inizio il ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanistan e nel dicembre 1987, dopo tre incontri tra il segretario del Pcus e il presidente americano Reagan, si giunse a un accordo per lo smantellamento dei missili di media portata.
Il nuovo clima internazionale segnato da una reale distensione tra est e ovest e la politica di riforme interne all'Urss convinsero le democrazie popolari che il rifiuto della dottrina Breznev e il ritiro delle truppe dall'Afghanistan significavano la fine dell'interferenza di Mosca nella vita interna dei loro paesi. Il progredire della crisi economica, insieme alla diminuzione degli aiuti provenienti dall'Urss (anch'essa in preda a una situazione difficilissima), convinsero una parte della dirigenza comunista della necessità di una maggiore apertura all'occidente e di una parziale liberalizzazione del sistema. Una scelta che allargò gli spazi faticosamente conquistati negli anni precedenti dai gruppi di opposizione e dalla società civile, al cui interno si cominciò a profilare la possibilità di una rimessa in discussione globale del sistema socialista.
In Polonia, dove il processo di autonomia era stato più profondo, si approfondirono i contatti tra il governo di Jaruzelski e l'opposizione di Solidarnosc (già alla fine del 1982 era stato abolito lo stato di guerra): rapporti favoriti da un duplice viaggio in Polonia di papa Giovanni Paolo II e solo momentaneamente ostacolati dalla concessione a Walesa del premio Nobel per la pace. Nel 1987 si svolse un referendum in cui la maggioranza si schierò a favore della democratizzazione della vita pubblica e di una riforma economica fondata sul mercato. Scioperi e manifestazioni accompagnarono la promulgazione di nuove leggi. Dopo un viaggio di Gorbacev a Varsavia, i capi di Solidarnosc e il ministro dell'interno si trovarono assieme, concordando di riunire nel 1989 una tavola rotonda che avrebbe posto mano alle riforme fondamentali di cui la Polonia aveva bisogno.
In Ungheria la contestazione nei confronti di Kadar, soprattutto per le difficoltà economiche del paese, era iniziata già nel 1985, ad opera di una nuova generazione di riformatori interna al partito e dei sindacati liberi cui era stato parzialmente concesso di agire pubblicamente. Sempre in quell'anno, per la prima volta, fu possibile presentare candidature libere alle elezioni purché all'interno del programma comune dei partiti di governo. L'anno dopo, nel trentennale della rivolta del 1956, la tv mostrò immagini significative di quell'evento favorendo una discussione che coinvolse la stampa e l'opinione pubblica e divise gli stessi comunisti.
Il nuovo capo del governo, Grosz, si mostrò disposto a concedere maggiore libertà per ottenere appoggio a una politica di austerità ritenuta indispensabile per uscire dalla crisi economica. L'informazione divenne più libera, le restrizioni sui viaggi furono abolite, si permise la nascita di associazioni politiche indipendenti. Nel 1988 Kadar cedette la guida del partito a Grosz, che promise di abbandonare presto la guida del governo. Nacque nel frattempo il Forum democratico, che raccoglieva tutte le voci critiche e di opposizione degli ultimi anni. Nel 1989 il governo, guidato adesso dall'economista Nemeth, operò una decisa scelta a favore del mercato e stipulò un accordo economico con la Cee; promettendo nel contempo di dar presto vita a un sistema politico multipartitico.
Diversa era la situazione in Cecoslovacchia, dove la repressione degli elementi di opposizione continuava senza tregua. Nell'aprile 1987 Gorbacev ottenne un grande successo popolare durante un viaggio in cui criticò, neppure troppo velatamente, la mancata liberalizzazione del regime di Praga. Nei mesi successivi anche gli ultimi liberali presenti nelle fila del partito comunista vennero eliminati, mentre ripresero le manifestazioni dei gruppi di opposizione. Nell'ottobre 1988, in occasione del 70° anniversario della creazione dello stato indipendente, la folla inneggiò a Dubcek, il leader della primavera di Praga e a Havel, lo scrittore di maggior spicco di Charta ‘77; che nel gennaio del 1989 venne nuovamente arrestato.
Nel 1989 il processo di trasformazione e crisi in atto nei paesi dell'Europa orientale si radicalizzò e accelerò, giungendo al suo compimento. In Polonia ebbe inizio la tavola rotonda, che si concluse in aprile con un accordo che riguardava il ristabilimento del pluralismo sindacale, la riforma economica in senso liberista, la riforma del parlamento e i poteri del capo dello stato. In giugno, per la prima volta dopo 45 anni, si tennero libere elezioni. Al senato, dove le candidature erano totalmente libere, Solidarnosc conquistò 99 seggi su 100, mentre al Sejm (la Camera) l'opposizione conquistò il 35% dei posti a disposizione (il restante 65% era per legge diviso tra i partiti al governo). In luglio il parlamento elesse Jaruzelski presidente della repubblica e in agosto venne formato il primo governo non comunista di una democrazia popolare, con alla testa Tadeusz Mazowieski, un intellettuale cattolico consigliere di Walesa.
La Polonia era ormai instradata sulla via della più completa democratizzazione e si dette una costituzione provvisoria di tipo presidenzialistico. Il partito comunista decise di sciogliersi e trasformarsi in partito di tipo laburista e socialdemocratico, mentre si moltiplicarono le nuove formazioni politiche. Nel 1991, quando ebbero luogo le elezioni presidenziali i due candidati appartenevano entrambi a Solidarnosc: vinse il confronto Walesa, che ne rappresentava l'anima populista e nazionale, mentre Mazowieski pagò il prezzo delle misure impopolari prese durante il suo governo per risolvere la crisi economica e affrettare la liberalizzazione dell'economia.
In Ungheria il processo di transizione alla democrazia avvenne senza tensioni e il passaggio a uno stato di diritto in modo pacifico. Nel gennaio 1989 caddero gli ultimi ostacoli alla libertà di associazione a manifestazione; in marzo si ricostituirono i partiti della coalizione al governo nel 1945, più altre organizzazione politiche e civili. Le reliquie di S. Stefano furono di nuovo portate in processione alla presenza delle autorità, mentre la rivoluzione del 1848 ridivenne festa ufficiale e si ripristinò la bandiera nazionale di allora. Nagy e tutte le vittime della rivolta del ‘56 vennero riabilitate, compreso il cardinale Mindszenty. Elezioni parziali dettero la vittoria ai rappresentanti del Forum democratico. In ottobre, dopo una revisione costituzionale, nacque la nuova repubblica «d'Ungheria», seguita da un referendum che stabilì nuove elezioni parlamentari e la nomina del presidente da parte del parlamento stesso. In maggio, frattanto, era iniziata la demolizione della cortina di ferro con l'Austria e in settembre era stato concesso ai tedeschi dell'est giunti in Ungheria come turisti di uscire dalla frontiera austro-ungherese. Nel marzo 1990 ebbero luogo le prime elezioni libere, che videro il successo dei democratici.
In Cecoslovacchia l'opposizione trasse forza dagli avvenimenti polacchi e ungheresi, proseguendo in manifestazioni e dimostrazioni di piazza che provocarono nuova repressione e altri arresti. Havel venne condannato in febbraio a 9 mesi, liberato in maggio, nuovamente arrestato in ottobre e definitivamente liberato il 4 novembre 1989. Le sue vicende personali scandirono i mutamenti dei rapporti di forza tra l'opposizione e la burocrazia di partito. Dopo la dura repressione che seguì a una grandiosa manifestazione tenuta il 17 novembre, l'opposizione raccolta nel Forum democratico indisse una dimostrazione al giorno. Dubcek e Havel divennero sempre più il punto di riferimento dei manifestanti. Il 27 novembre uno sciopero generale paralizzò il paese per alcune ore e due giorni dopo i deputati abolirono il ruolo «dirigente» del partito comunista e riconobbero il multipartitismo. Il 10 dicembre venne formato un governo di unità nazionale, a maggioranza non comunista, che giurò per l'ultima volta nelle mani del presidente Husak. Il 28 dello stesso mese, dopo lo scioglimento della polizia politica e lo smantellamento della «cortina» con l'Austria, Havel venne eletto all'unanimità presidente della Repubblica e Dubcek fu nominato presidente del parlamento. Il 30 dicembre Havel annunciò un'amnistia generale.
Fu solo in Romania che la transizione verso la democrazia avvenne con spargimento di sangue. Il regime di Nicolae Ceausescu aveva mantenuto, e per certi versi accentuato, i propri tratti totalitari, reprimendo con durezza ogni forma di dissenso, imponendo alle minoranze etniche (specie quella ungherese in Transilvania) una condizione di sopraffazione continua, riducendo più volte il livello di vita e i servizi sociali e sanitari esistenti. Fu proprio in Transilvania, a Timisoara, che nel dicembre del 1989 si ebbero le prime proteste e le prime manifestazioni: la repressione provocò un certo numero di vittime e i servizi segreti svolsero un ruolo di provocazione per alimentare il diffondersi della ribellione. Questa si estese a tutto il paese: alla vigilia di Natale Ceausescu fu arrestato insieme alla moglie e processato immediatamente in diretta televisiva. Entrambi furono fucilati. Il nuovo governo, formato in gran parte da uomini del vecchio regime e delle forze armate che si erano da poco distaccati dalla dittatura, ottenne nella primavera del 1990 l'investitura popolare con libere elezioni.
Il culmine dell'intera trasformazione che ebbe luogo nell'Europa centro-orientale fu la distruzione del muro di Berlino, iniziata tra il 7 e il 9 novembre del 1989 dai giovani di entrambe le parti della città, in un clima di grande entusiasmo e speranza. Quello che era stato a lungo il simbolo della guerra fredda diventava adesso il luogo della sua fine, annunciando la riunificazione della Germania e la scomparsa di ogni dittatura in Europa.
In Germania orientale il crollo del regime comunista seguì la falsariga di quello cecoslovacco. Il 40° anniversario della Rdt aveva visto festeggiare Gorbacev e crescere l'ostilità per il presidente Honecker. Manifestazioni giovanili, nascita di associazioni indipendenti, attività di libera discussione nelle chiese protestanti, emigrazione e fuga di migliaia di persone, per lo più tecnici e laureati, attraverso le frontiere aperte in Ungheria, costrinsero il regime a interrompere la politica di repressione. A metà ottobre Honecker fu costretto a cedere la guida dello stato, del partito e dell'esercito. Il 4 novembre 1 milione di berlinesi chiesero riforme, libertà, scioglimento della Stasi (la polizia politica). Krentz, il nuovo leader del partito, volò a Mosca e al suo ritorno nominò un governo con alla testa il riformatore Modrow. Dal 9 novembre le frontiere furono aperte, il muro venne abbattuto. Nei due week-end successivi due o tre milioni di berlinesi si riversarono nella parte occidentale della città. In dicembre venne introdotto il multipartitismo e fu disciolta la Stasi. Nel marzo del 1990 le elezioni dettero la vittoria ai cristiano democratici, aprendo la strada alla riunificazione fortemente voluta dal cancelliere della Repubblica federale Kohl e caldeggiata dalla maggioranza della popolazione orientale.

 

9 - La fine dell'Urss

Le riforme varate da Gorbacev non avevano risolto la crisi in cui continuava a versare l'Unione Sovietica. Le difficoltà economiche au
mentavano, insieme agli squilibri e all'incertezza per il futuro, colpendo soprattutto i ceti popolari che avrebbero dovuto trarre vantaggio dalle riforme. Le misure di liberalizzazione non erano né chiare né coerenti, creando confusione e disorganizzazione senza riuscire a ottenere in breve tempo i risultati sperati. Gorbacev divenne sempre meno popolare all'interno dell'Urss e pensò di appoggiarsi alle forze conservatrici del partito, lasciando che i democratici trovassero il loro nuovo punto di riferimento in Boris Eltsin, presidente del parlamento russo.
Fu di nuovo sulla questione nazionale, tuttavia, che Gorbacev conobbe le maggiori difficoltà. Nel marzo del 1990 il parlamento della Lituania proclamò l'indipendenza del paese, seguito a breve distanza da quelli di Estonia e Lettonia. Il governo dell'Urss reagì con il blocco economico ma la repubblica russa e i sindaci di Mosca e Leningrado appoggiarono i secessionisti. Gorbacev ordinò alle truppe d'intervenire, spinto dalle forze conservatrici del partito e dell'esercito. La mobilitazione fu immediata e imponente, all'interno come all'estero: accusato da destra e da sinistra, il presidente ritirò l'esercito e promise un referendum sul trattato che avrebbe dovuto ricostruire l'Urss su nuova base. La sua, comunque, era stata una sconfitta netta proprio come leader dell'ala riformatrice.
Lo scontro tra Gorbacev e Eltsin, nel frattempo, si andava accentuando: nell'ottobre del 1990 Gorbacev rifiutò il piano di riforme economiche presentato da Eltsin e appoggiato da tutti i democratici e dalla maggioranza del parlamento russo, preferendo quello del primo ministro Ryzkov, più moderato e che rinviava al futuro le scelte più urgenti. Il parlamento della Russia votò una legge che sottraeva all'Urss la proprietà delle risorse naturali sul suo territorio, silurando di fatto il piano del governo. I democratici chiesero a Gorbacev d'impegnarsi nel rilanciare le riforme, mentre i conservatori pretesero il ripristino dell'ordine. Furono questi ultimi che Gorbacev volle rassicurare, nominando a posti di potere e responsabilità uomini dell'apparato di partito e dell'esercito e lasciando che Sevarnadze, uomo di punta della perestrojka, abbandonasse il ministero degli esteri.
Nel gennaio 1991 in Lituania si fece nuovamente ricorso alla forza contro i nazionalisti, provocando decine di morti, ma la popolazione votò compatta il mese successivo (con oltre il 90% dei voti) a favore dell'indipendenza. Per tutti i primi mesi dell'anno lo scontro tra riformatori e conservatori si fece più aspro, mentre aumentò il numero degli scioperi e la protesta della popolazione. In giugno Eltsin fu eletto presidente della Repubblica della Russia con la prima votazione a suffragio universale. Alla sua legittimazione popolare si accompagnò la bocciatura del candidato appoggiato da Gorbacev. Quest'ultimo sembrò intenzionato a riprendere il dialogo con i riformatori, ma il potere reale sfuggiva sempre di più dalle mani dell'Urss per concentrarsi in quello delle singole repubbliche, Russia in primo luogo.
Gorbacev, in luglio, impose al partito comunista una serie di riforme per cercare di frenare la perdita di consensi sempre più evidente e rese noto il testo del nuovo Trattato dell'Unione. Per quanto confuso e contraddittorio in alcuni dei punti più importanti, questo statuto venne visto dai conservatori come la liquidazione dell'Urss e del partito comunista. Il 19 agosto un «Comitato per lo stato d'emergenza», composto dagli otto uomini più potenti che Gorbacev aveva nominato nei mesi precedenti (tra cui i ministri degli Interni e della Difesa, il capo del Kgb e il vicepresidente dell'Urss), depose Gorbacev e proclamò lo stato d'assedio.
La risposta popolare fu immediata, attorno a Eltsin e ai sindaci di Mosca e Leningrado. L'esercito si divise e le truppe golpiste esitarono a sparare sulla folla. Il colpo di stato fallì e Gorbacev poté tornare a Mosca, privo ormai di un reale potere. Nei giorni successivi ben otto repubbliche proclamarono la loro indipendenza, mentre Eltsin sospendeva le attività del Pcus e scioglieva il suo comitato centrale, smantellando nello stesso tempo il Kgb. A dicembre, dopo che anche l'Ucraina si era pronunciata con una larghissima maggioranza per l'indipendenza, i presidenti della Russia, dell'Ucraina e della Bielorussia decretarono la fine dell'Urss. Essi dettero vita a una Comunità di Stati Indipendenti (Csi), in cui il 21 dicembre decisero di confluire altre otto repubbliche. Alla fine dell'anno Gorbacev si ritraeva dalle sue funzioni di presidente di un'entità ormai inesistente. L'esperienza comunista si era ormai dissolta e conclusa anche dove aveva preso l'avvio quasi settantacinque anni prima.


 

Cane ANPI


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