togli al povero per dare al...ricco PDF Stampa E-mail
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Pubblichiamo il testo dell’intervento pronunciato dal costituzionalista Francesco Pallante all’assemblea del 18 giugno 2017 al Teatro Brancaccio di Roma, in occasione della prima assemblea di Alleanza Popolare per la Democrazia e l’Uguaglianza. 
 
Quello dell'attuazione dell'art 52  della Costituzione è un problema che si trascina ormai da decenni nel nostro Paese e la situazione oggi, invece che migliorare, è  peggiore  per i cittadini che sono meno abbienti. Ricordiamo che l'articolo 52  prevede che :"Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività".
 
Un tema che credo debba diventare uno dei tratti distintivi della forza politica che stiamo costruendo è quello della progressività fiscale. Mi ha fatto molto piacere trovarne cenno nel discorso introduttivo di Tomaso Montanari. È un argomento che il dibattito pubblico oggi ha svilito, se non dimenticato. Ma resta fondamentale.
Il sistema fiscale consente la raccolta delle risorse necessarie all’attuazione dei diritti; specialmente dei diritti più costosi, quelli sociali. E se il sistema fiscale è «informato a criteri di progressività» (come chiede l’articolo 53 della Costituzione), ciò fa sì che -nel contempo- le risorse siano raccolte redistribuendo la ricchezza tra i cittadini. Realizzando cioè in senso pieno, sostanziale e non formale, il principio di uguaglianza.
Quando venne istituita l’Irpef, all’inizio degli anni Settanta, l’imposta era articolata su trentadue scaglioni, dai 2 milioni ai 500 milioni di lire, con aliquote che andavano dal 10% al 72%. Oggi non lo ricorda quasi più nessuno. (Quando ne ho parlato qualche tempo fa in una scuola, i ragazzi mi hanno detto: si va beh, ma allora c’era il consociativismo, governavano i comunisti… Non devo certo ricordare a voi che allora il ministro delle Finanze era Bruno Visentini, esponente del Pri, il più atlantista dei partiti dell’arco costituzionale).
Dopo una serie di continue riduzioni, dal 1998 (primo governo Prodi) gli scaglioni sono solo più cinque, dai 15mila ai 75mila euro, con aliquote che vanno dal 23% al 43%. Questo significa, banalmente, che prima i poveri pagavano il 10% e adesso pagano il 23%; mentre i ricchi, che prima pagavano il 72%, adesso pagano il 43%. Il senso dell’operazione mi pare drammaticamente evidente: si sono aumentate le tasse ai poveri per poterle diminuire ai ricchi. Il risultato -secondo i dati Oxfam- è che nel 2016 i 7 italiani più benestanti posseggono tanta ricchezza quanto i 18 milioni più indigenti.
Una sinistra degna di questo nome deve invertire la tendenza. Deve respingere i discorsi che parlano genericamente di riduzione delle tasse. Le tasse vanno ridotte a chi ne paga troppe: ai redditi bassi e ai redditi medi. Vanno, invece, aumentate a chi ne paga poche: ai redditi alti e ai redditi altissimi. Ricordo che, nel suo ultimo libro sulla diseguaglianza, l’economista Tony Atkinson suggerisce di tassare i redditi più elevati al 65%.
Bisogna operare in questa direzione: introdurre più scaglioni e allargare il ventaglio delle aliquote. E, naturalmente, occorre intervenire anche sui patrimoni, non solo sui redditi. La Corte dei conti ha calcolato che nel 2014 l’Italia -che ha l’1% della popolazione mondale e produce il 3% del Pil mondiale- deteneva il 5% della ricchezza netta del pianeta. Dunque, c’è margine, ampio, per un’imposizione patrimoniale. Occorre tassare adeguatamente la proprietà immobiliare -recentemente persino l’Unione europea ha riconosciuto l’inadeguatezza del sistema italiano- e occorre ripristinare una seria imposta di successione.
Non è possibile, che in un mondo dominato dalla retorica del merito, l’aliquota italiana più elevata sia equivalente alla più bassa aliquota tedesca! In Italia l’imposizione massima è all’8%. Nel Regno Unito è al 40%, in Germania al 50%, in Francia al 60%; in Spagna addirittura all’80%!
Nella seduta del 19 maggio 1947, l’Assemblea costituente decise di spostare l’articolo sul sistema tributario dal Titolo dedicato ai Rapporti economici a quello dedicato ai Rapporti politici. La ragione è evidente: la modalità attraverso cui i cittadini contribuiscono alla raccolta delle risorse pubbliche segna l’identità -oligarchica o democratica- della collettività politica di cui fan parte. 

Riporto le parole dell’onorevole Salvatore Scoca: «Chi ha dieci mila lire di reddito e ne paga mille allo Stato, con l’aliquota del 10 per cento, si troverà con 9 mila lire da impiegare per i suoi bisogni privati; mentre chi ne ha centomila, dopo aver pagato l’imposta del 10 per cento in base alla stessa aliquota, si troverà con una disponibilità di 90 mila lire. È ovvio che per pagare l’imposta il primo contribuente sopporta un sacrificio di gran lunga maggiore del secondo, e che sarebbe equo alleggerire l’aggravio del primo e rendere un po’ meno leggero quello del secondo. Si può discutere sulla misura e sui limiti della progressione; non sul principio». 

Prima ho ricordato Bruno Visentini, repubblicano. Ora Salvatore Scoca, democristiano. L’asse politico si è spostato talmente a destra, che oggi appaiono entrambi rivoluzionari. Dobbiamo anzitutto condurre una battaglia culturale, per rendere di nuovo patrimonio comune temi oggi ingiustamente considerati di parte. A partire -per quanto incredibile possa sembrare- dal principio di uguaglianza.
(tratto dal sito di Libertà e Giustizia)
 
 

Cane ANPI


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