L'Italia 1945-1989
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L'Italia dalla Liberazione alla fine della guerra fredda

1- L'Italia 1945-48: strutturazione di un paese di frontiera

L'Italia del 1945 era un paese profondamente diviso. Nel meridione il conflitto era già finito da un anno, il pane costava il doppio a causa del precoce ritorno all'economia di pace, l'autorità della monarchia non si era mai interrotta e la presenza organizzata dei partiti antifascisti era più dispersa e frammentata. Nel nord, invece, la lotta partigiana aveva trasmesso una grande autorità agli uomini del Cln (Comitato di liberazione nazionale) e nello stesso tempo suscitato la paura di industriali e agrari, posti di fronte al pericolo concreto di un governo di sinistra: una paura ravvivata dallo strascico di violenze private ai danni di ex fascisti, che si concentrarono particolarmente nel cosiddetto «triangolo della morte» tra Emilia e Romagna.
De GasperiDe GasperiAnche i partiti che si erano riaffacciati alla vita pubblica durante la guerra - dopo la lunga clandestinità cui erano stati costretti dalla dittatura di Mussolini - erano molto cambiati rispetto al periodo prefascista. A partire dalla metà degli anni trenta le necessità della battaglia antifascista avevano spinto il partito socialista e il partito comunista a smorzare la rivalità che li aveva divisi fin dal 1921. La Democrazia cristiana, costituita alla fine del 1942 dalle ceneri del Partito popolare, si proponeva di organizzare politicamente i cattolici, grazie alla ricucitura dei rapporti con la Santa Sede che i suoi leader e soprattutto il trentino Alcide De Gasperi erano riusciti a tessere negliDe gasperi
ultimi anni del conflitto. Anche il Partito d'Azione era nato alla fine del 1942, sulla base di una convergenza tra il movimento liberalsocialista (di Guido Calogero, Aldo Capitini, Tristano Codignola) e quello di Giustizia e libertà, erede dei fratelli Rosselli e guidato da Ferruccio Parri, figura di spicco della Resistenza. Completavano il quadro il Partito liberale e la Democrazia del lavoro, che occupavano la destra dello schieramento politico. Nel 1944 a Roma era stata infine ricostituita la Confederazione generale italiana del lavoro (Cgil), il sindacato di tutti i lavoratori.
Come già era accaduto nel primo dopoguerra, la ripresa post-bellica pose con forza il problema di una integrazione delle masse popolari nelle istituzioni politiche. Come nel 1919 questa integrazione prese la forma di un'ascesa dei moderni partiti di massa. Ma a differenza di quanto era accaduto nel primo dopoguerra, il processo di integrazione non venne bruscamente interrotto da una reazione violenta e dette anzi luogo - per la prima volta nella storia d'Italia - a una nuova Costituzione, espressione di un'Assemblea Costituente eletta direttamente dal popolo. Si realizzava così, con un secolo di ritardo, l'aspirazione politica dell'ala più radicale, mazziniana e garibaldina, del Risorgimento italiano. Il 2 giugno 1946 si tennero contemporaneamente il Referendum istituzionale e le elezioni per l'Assemblea Costituente che avrebbe dovuto redigere la nuova carta costituzionale. La repubblica vinse di misura sulla monarchia (12 milioni di voti contro 10 milioni) e larghe zone del Mezzogiorno, sia rurali sia urbane, espressero schiaccianti maggioranze monarchiche: segno della differenza profonda che l'esperienza politica della Resistenza aveva scavato tra il nord, che l'aveva vissuta in prima persona, e il sud, che salvo sporadici casi - come le quattro giornate di Napoli - vi aveva partecipato in tono molto minore. La Dc risultò di gran lunga il partito più forte, conquistando il 35% dei voti e 207 seggi, contro il 20% e i 115 seggi del Psiup e il 18% e i 104 seggi del Pci. Il Partito d'azione (7 seggi) andò incontro a una sonora sconfitta che provocò lo scioglimento del partito: il grosso dei militanti, guidati da Riccardo Lombardi, confluì nel partito socialista mentre Parri e Ugo La Malfa entrarono nel partito repubblicano. Nenni
NenniNenniLa Costituente rappresentò una rottura storica per il popolo italiano, che per la prima volta partecipava in forma indiretta, attraverso l'elezione dei propri rappresentanti, alla formazione dello stato. Così l'Assemblea costituente fu il luogo d'incontro tra culture politiche e civili assai diverse: quella cattolica, quella liberale, quella marxista. Su alcuni punti - come per l'articolo 7 che riconosceva il Concordato del 1929 - cattolici, marxisti e liberali trovarono un compromesso. Su altri, come i princìpi fondamentali del riconoscimento dei diritti umani e del rifiuto della guerra, raggiunsero un punto di sintesi significativo. Il testo della nuova Costituzione prevedeva un patto tra cittadini fondato sul lavoro ma anche sulla difesa della società civile da ogni eccessiva ingerenza dello stato, secondo il garantismo della tradizione liberale e l'insegnamento negativo ricavato da un'esperienza autoritaria e statalista come quella fascista. In particolare l'articolo 3 fissava come compito della Repubblica la realizzazione di quelle condizioni di eguaglianza economica indispensabili per il pieno sviluppo della persona umana.
La Costituzione italiana delineò quindi un percorso di trasformazione dello stato, che prevedeva la creazione di alcuni nuovi strumenti: per il controllo della legittimità costituzionale delle leggi la Corte costituzionale che venne istituita nel 1956, (8 anni dopo l'entrata in vigore della Costituzione);per la garanzia e l'indipendenza dell'ordine giudiziario l'Istituto Superiore della Magistratura costituito nel giugno del 1959,(11 anni dopo) e per il decentramento amministrativo (le regioni). Queste ultime vennero istituite subito nei casi considerati eccezionali, per ragioni geografiche o etniche, di Sicilia, Sardegna, Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige (le cosiddette regioni a statuto speciale). Le 15 regioni a statuto ordinario, malgrado quanto affermato dal testo costituzionale -"Le elezioni dei Consigli regionali.....sono indette entro un anno dall'entrata in vigore della Costituzione"- dovettero invece attendere 22 anni fino al 1970: un ritardo che fu il frutto sia delle preoccupazioni legate all'esistenza di movimenti autonomisti, sia della resistenza dei partiti di centro-destra a istituire nuovi organismi di governo che soprattutto nel centro-Italia sarebbero stati prevedibilmente conquistati dalle sinistre. Molte altre scelte concrete della Costituzione furono il frutto di una naturale contrapposizione all'esperienza fascista: la preminenza di un parlamento bicamerale perfetto (nel quale cioè Camera e Senato ricoprono identiche funzioni legislative) rispetto al potere esecutivo del governo, l'indipendenza e l'autonomia della magistratura, la legge elettorale proporzionale. Si trattava, in definitiva, di salvaguardie ritenute indispensabili contro ogni possibile ritorno di autoritarismo.
Per molti aspetti quindi l'attività della Costituente - che dette luogo alla nuova Costituzione entrata in vigore all'inizio del 1948 - rappresentò un motivo di unità tra i partiti antifascisti, per altro confortata dalla prosecuzione della coalizione governativa tra quelli che erano stati i partiti del Cln. A mettere in crisi questa unità, tuttavia, intervenne il mutare della situazione internazionale e l'avvio della guerra fredda. Il piano Marshall rappresentò il fattore discriminante per un ingresso a pieno titolo dell'Italia nel sistema di alleanze diplomatiche e militari che aveva centro a Washington e che fu ufficializzato nel 1949 con l'adesione dell'Italia alla Nato. De Gasperi agì con decisione per assumere il ruolo di cerniera imprescindibile in questa nuova collocazione internazionale del paese: il suo viaggio negli Stati Uniti all'inizio del 1947 servì a definire i dettagli di questo asse privilegiato, che comportava l'esclusione delle sinistre filosovietiche dal governo.
Anche alla Casa Bianca, infatti, si guardava con preccupazione alla situazione sociale dell'Italia che suscitava particolari motivi di allarme in quanto offriva molti motivi di consenso all'opposizione di sinistra. Già nel corso del conflitto, nonostante l'occupazione militare alleata, i contadini meridionali avevano rivendicato la divisione del latifondo e una redistribuzione della terra. Tra il 1944 e il 1945 una grande ondata di manifestazioni, scioperi e occupazioni di terre aveva chiesto che la grande proprietà terriera fosse assegnata ai contadini senza terra. Una serie di decreti emanati dal ministro comunista dell'agricoltura Fausto Gullo cercò di favorire questa trasformazione, ma l'opposizione dei grandi proprietari terrieri fu accanita e ricorse anche alla violenza per spezzare il movimento dei contadini e vanificare i decreti Gullo. Nel settembre 1944 a Villalba, paese dell'entroterra siciliano, le bande mafiose spararono sulla folla che si era riunita per ascoltare un comizio del comunista Girolamo Li Causi, provocando 14 feriti.
Anche nell'Italia del centro-nord le campagne furono percorse da scioperi e moti di protesta finalizzati alla conquista di più eque condizioni di lavoro, al miglioramento dei patti colonici nel senso di una ripartizione del prodotto più favorevole ai contadini, al controllo del collocamento al lavoro dei braccianti e degli altri lavoratori dei campi. Tornarono così a fiorire in tutto il paese le leghe, le cooperative e le organizzazioni del movimento contadino che il fascismo aveva cancellato con la forza. Con gli scioperi del 1943 e del 1944 nei centri industriali del nord(ancora sotto il dominio nazifascista) si era manifestato un nuovo protagonismo degli operai, che dopo la fine della guerra si convogliò nella parola d'ordine dei Consigli di gestione: nuovi organi di governo dell'impresa in cui fossero presenti i rappresentanti degli operai accanto a quelli dei datori di lavoro. Ma questi organismi non vennero mai riconosciuti sul piano legislativo e di fatto operarono solo in casi sporadici. Tuttavia in questi episodi di conflittualità sociale trovava sbocco la parte del popolo italiano che aveva creduto nella Resistenza non solo come guerra di liberazione nazionale contro tedeschi e fascisti, ma anche come guerra di classe contro i padroni per la trasformazione dei rapporti di potere nella società, secondo la definizione che ne ha dato lo storico Claudio Pavone nel libro Una guerra civile (1991). Ma le rivendicazioni economiche dei ceti popolari si scontravano sia con le dure necessità della ricostruzione e i danni (sia pur non gravissimi) sofferti dalla base produttiva industriale e agricola, sia con l'opposizione frapposta dagli imprenditori, che sostenevano le ragioni di uno sviluppo economico liberistico, in continuità con il passato più recente, come unica garanzia di un futuro migliore.
I primi anni dell'Italia repubblicana furono infatti dominati da un'ideologia liberista che trovò il suo più autorevole portavoce in Luigi Einaudi (1874-1961), fermo oppositore del fascismo e nuovo governatore della Banca d'Italia, che nel 1947 diventò ministro del Bilancio e l'anno successivo fu eletto Presidente della repubblica. Uno dei principali effetti di questa politica liberista fu quello di una disoccupazione di massa, tre o quattro volte superiore (in percentuale sulla popolazione attiva) di quella di Francia e Gran Bretagna. Nel giro di pochi anni l'Italia tornò comunque ai livelli prebellici di produzione e consumo, riconfermando però il dualismo che aveva dominato il paese dopo l'unificazione: un Nord industriale e ricco, un Sud agricolo impoverito e incapace di superare le ristrettezze della sua condizione socioeconomica. La conflittualità sociale non si attenuò e anzi il numero di scioperi, di scioperanti e di ore di sciopero rimase uno dei più alti in tutta Europa.
Rientrato in Italia dal suo viaggio negli Stati Uniti del gennaio 1947, De Gasperi attuò un graduale distacco dai partiti della sinistra e si avviò a stringere un'alleanza stabile con i partiti laici minori: i repubblicani, i liberali e i socialdemocratici di Giuseppe Saragat, che proprio nel gennaio 1947 si scissero dal Partito socialista. Nacque così un diverso e stabile equilibrio politico, contrassegnato dai governi «centristi» a guida democristiana e dall'opposizione di monarchici e neofascisti (riuniti nel Movimento sociale italiano, fondato nel 1946 dai reduci della repubblica fascista di Salò) a destra e di Psi e Pci a sinistra. Sul piano economico i provvedimenti di restrizione del credito bancario per contrastare l'inflazione, attuati nell'agosto 1947 dal ministro del Bilancio Einaudi, dettero il senso di una coerente politica deflattiva, che mirava a stabilizzare la lira piuttosto che combattere la disoccupazione, in accordo con le posizioni liberistiche del ceto imprenditoriale.
Il primo maggio 1947 gli uomini del bandito mafioso Salvatore Giuliano spararono su un comizio di contadini a Portella della Ginestra, in Sicilia, provocando undici morti. Era la risposta ai risultati delle elezioni amministrative regionali siciliane, che avevano visto il successo del Blocco del popolo formato da Pci, Psi e Partito d'azione; ma fu anche il segnale più evidente di una nuova e crescente tensione del clima politico. Contro la prospettiva di una vittoria delle sinistre e quindi di uno spostamento dell'Italia nell'area di influenza sovietica, si andava costituendo un saldo blocco sociale, che andava dai ceti padronali compromessi con la dittatura di Mussolini fino alle componenti più moderate dello schieramento antifascista.
TogliattiTogliattiLe elezioni che si tennero il 18 aprile 1948 furono così largamente dominate da una scelta di campo tra Est e Ovest. Il piano Marshall incarnava una visione del futuro fondata sull'espansione dei consumi privati, che il cinema di Hollywood era capace di diffondere nell'opinione pubblica con un'efficacia senza rivali. D'altra parte il sanguinoso colpo di stato che nel febbraio 1948 a Praga portò i comunisti alla conquista del potere assoluto, rompendo il precedente governo di coalizione, dette il segno di una drastica involuzione autoritaria imposta da Stalin in tutta l'Europa orientale. Nel dicembre 1947 il Papa Pio XII lanciò un appello («o con Cristo o contro Cristo») che schierò in campo anche il Vaticano. I Comitati civici cattolici si mobilitarono a sostegno della Dc, appoggiandosi alla rete capillare delle parrocchie. Mentre il governo degli Stati Uniti approntava segrete contromisure militari nell'eventualità di una vittoria elettorale delle sinistre. Pci e Psi si unirono in una lista comune (il Fronte democratico popolare) con l'obiettivo di sostituire De Gasperi alla guida del paese. I risultati delle elezioni rispecchiarono però la paura di un «salto oltre cortina», nella sfera di influenza sovietica: la Dc conseguì il suo massimo storico (48,5%) sfiorando la maggioranza assoluta, mentre il Fronte popolare (31%) peggiorò notevolmente le percentuali ottenute separatamente da socialisti e comunisti appena due anni prima. De Gasperi occupò nuovamente la carica di primo ministro, ribadendo la formula di governo centrista, fondata sull'alleanza tra Dc e partiti minori di centro (Partito liberale, Partito repubblicano, Partito socialdemocratico).
Dopo il 1948 l'Amministrazione ricompose gran parte dei propri equilibri interni. Nel gennaio 1950, 68 direttori generali erano a capo della Amministrazione dello Stato. Di questi 39 "apparivano già in posizione di spiccata responsabilità nel 1942" dei rimanenti 29 "alcuni avevano ricoperto ruoli istituzionali nel 1941-42. "Il dicastero dove più forte appariva l'impronta del passato era la Pubblica Istruzione" 7 su 8 direzioni generali "erano appannaggio di ex collaboratori del ministro fascista Bottai. "L'impianto tradizionale delle Direzioni generali e delle Divisioni resistette a tutti i tentativi di riforma. La rivoluzione economica del dopoguerra sarebbe avvenuta,con i suoi effetti sociali dirompenti, ma in assenza e spesso contro l'amministrazione dello Stato" (G.Melis docente di storia dell'Amministrazione pubblica alla Luiss. Intervento al convegno "Le origini della Repubblica e il processo costituente" organizzato dalla Camera dei Deputati il 30-31 maggio 2006 )
Sconfitta nelle urne, l'opposizione di sinistra cercò di riguadagnare terreno sul piano sociale attraverso un'intensa mobilitazione a difesa delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari. Il grado di esasperazione raggiunto dalla contrapposizione tra i due schieramenti risaltò in tutta la sua drammatica evidenza il 14 luglio 1948, quando un attentatore isolato ferì gravemente Togliatti. Al diffondersi della notizia milioni di lavoratori scesero in sciopero in tutta Italia, convinti che si trattasse del primo atto di un colpo di stato promosso dalle forze reazionarie. Il paese sembrò precipitare di nuovo nella guerra civile, ma il buon senso dei dirigenti comunisti e socialisti riuscì a ricondurre i manifestanti alla calma. L'unica conseguenza immediata della rivolta fu la scissione della Cgil, da cui si staccò la corrente cattolica che prese a pretesto lo sciopero politico indetto dalla maggioranza socialcomunista per attuare una separazione già preparata da tempo -anche dietro le pressioni e gli aiuti di parte statunitense- favorevoli alla costituzione di un sindacato anticomunista e più collaborativo con il governo e le associazioni padronali. Venne così fondata la Libera Cgil, che due anni dopo si trasformò in Confederazione italiana sindacati lavoratori (Cisl); da essa a sua volta si divise nel 1950 l'Unione italiana del lavoro (Uil), espressione delle correnti socialdemocratica e repubblicana.
Non per questo il clima migliorò. Tra il 1948 e il 1950 vennero condannati più di 15 mila oppositori a un totale di 7.598 anni di carcere. Per avere un termine di raffronto basti pensare che tra il 1927 e il 1943 il Tribunale speciale aveva comminato 4.596 condanne per un totale di 27.735 anni di carcere. Nel periodo 1948-1952 in Italia i morti ad opera delle forze dell'ordine nel corso di manifestazioni di piazza furono 65, contro i 3 della Francia, i 6 della Gran Bretagna, i 6 della Germania. La «Celere» (il corpo di polizia responsabile dell'ordine pubblico) agli ordini del ministro dell'Interno Mario Scelba divenne tristemente famosa. A dispetto di ogni retorica sugli «italiani poveri ma belli», per una parte non piccola della memoria collettiva nazionale gli anni cinquanta furono «anni bui». A consolidare nel tempo questa immagine, un contributo determinante venne dato dalla realtà delle relazioni industriali nelle grandi fabbriche del nord, di cui la Fiat fu, come sempre, caso emblematico: schedature politiche, reparti-confino, licenziamenti, composero il quadro di una vera e propria opera di persecuzione ai danni degli operai comunisti e socialisti. Secondo una legge approvata nel 1974 dal parlamento italiano sono stati riconosciuti come «perseguitati politici» nel nostro paese, tra il gennaio 1948 e l'agosto 1966, 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici.

 

 

2- L'Italia 1949-68: da paese ad economia agricola a paese industriale

Per contrastare questa deriva la Cgil, guidata da Giuseppe Di Vittorio, lanciò nel 1949-50 un «Piano del lavoro», attorno al quale mobilitò rappresentanze popolari e di fabbrica, economisti e intellettuali. L'obiettivo era di imporre al governo e alla classe dirigente una serie di iniziative economiche pianificate (soprattutto opere pubbliche) che garantissero l'espansione dell'occupazione.
Di VittorioDi VittorioLa risposta del governo e della Confindustria (l'associazione degli imprenditori) fu negativa, ma dietro di essa andavano maturando cambiamenti considerevoli. Il più importante fu rappresentato dalla riforma agraria elaborata nel 1950 dal ministro Antonio Segni, che prevedeva la distribuzione di terre e la creazione di una vasta area di piccola proprietà contadina, a favore della quale furono varate consistenti misure di sostegno creditizio. La riforma ebbe un'attuazione limitata ma servì al duplice scopo di togliere nerbo e vigore alle lotte per la terra nel meridione e di dare uno scossone decisivo al ceto dei proprietari terrieri meridionali. Il potere politico e sociale di questi «notabili», che aveva dominato il Mezzogiorno dall'Unità alla fine del fascismo, venne gradualmente sostituito da un nuovo potere: quello dell'esponente locale del partito di governo, in grado di erogare le risorse provenienti dal potere centrale (terra e soldi) in cambio di un appoggio clientelare in termini di voti e consenso.
A porre le basi per questo nuovo potere di «sottogoverno» concorsero componenti del partito di governo che non si identificavano con la leadership degasperiana: in particolare la sinistra democristiana, sensibile alle necessità sociali e ostile a un liberismo puro. Gli atti promossi da questo gruppo riguardarono in particolare i piani per le opere pubbliche dei comuni e per l'edilizia popolare (che portarono i nomi rispettivamente dei ministri Umberto Tupini e Amintore Fanfani) e l'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno nel 1950. A quest'ultima fu affidato il compito di finanziare gli interventi necessari per dotare il Mezzogiorno di tutte le infrastrutture (vie di comunicazione, acquedotti, elettrificazione) occorrenti per l'impianto di imprese produttive agricole, industriali e commerciali. La gestione del flusso di risorse destinate a finanziare questi interventi fu rapidamente sottratta al controllo del parlamento e contribuì a creare una base di consenso attorno al ceto di governo, che nei decenni seguenti scivolò sempre più palesemente verso forme di clientelismo e corruzione.
La riforma agraria mise in crisi i rapporti tra la Democrazia cristiana e i grandi proprietari terrieri. Si aprì allora uno spazio all'iniziativa dei partiti di destra che riscossero significativi successi alle elezioni amministrative del 1951-52. Per il maggior partito di governo si profilò allora un crescente pericolo, dato che anche in Vaticano si veniva profilando un'opposizione di destra al laicismo e alle politiche sociali della Dc. Il capo dell'esecutivo decise di reagire sul piano della riforma della legge elettorale, allo scopo di «blindare» con solide maggioranze parlamentari la formula centrista di governo. Nonostante l'aspra opposizione delle sinistre (che bollarono questo provvedimento come «legge-truffa») nel gennaio 1953 il parlamento approvò una legge che assegnava un consistente «premio» in seggi - fino a portarlo oltre la soglia della maggioranza qualificata dei due terzi dei seggi, necessaria per modificare la Costituzione - allo schieramento che avesse conseguito la maggioranza assoluta dei voti.
Le elezioni del giugno 1953 segnarono però la sconfitta del disegno di De Gasperi perché per meno di 60 mila voti l'apparentamento dei partiti di centro non riuscì a conquistare il 50% dei voti. Decisive in questo risultato furono alcune piccole formazioni di centro-sinistra, come Unità Popolare guidato da Parri che ottenne 200 mila voti, molti dei quali strappati ai partiti di centro. La Dc perse molti consensi a favore dei partiti di destra, mentre Psi e Pci migliorarono le loro posizioni rispetto al 1948. La seconda legislatura si aprì quindi nel segno dell'incertezza: di fatto il disegno degasperiano di un «centrismo blindato» era fallito, senza che nessuna alternativa apparisse all'orizzonte. Il rafforzamento dei partiti di sinistra rendeva fragile e pericolosa un'alleanza tra Dc e destre, mentre gli equilibri internazionali resi ancora più esasperati dalla guerra di Corea (1950-1953) impedivano qualsiasi apertura a sinistra. Nel 1954 la morte di De Gasperi coincise con l'affermazione nella Dc della nuova segreteria di Amintore Fanfani, uomo chiave nel processo di Fanfani rafforzamento del partito attraverso la leva degli enti pubblici e l'azione di governo sul terreno della politica economica. La costituzione nel 1952 dell'Ente nazionale idrocarburi (Eni), azienda statale finalizzata allo sfruttamento del petrolio e del gas naturale, esemplificò questo processo di crescita di un nuovo capitalismo capace di muoversi in modo competitivo sul libero mercato e, nello stesso tempo, saldamente legato alle istituzioni e ai partiti di governo.
Era il modo scelto dalla classe di governo per stare al passo con il mutamento della base economica. Nella seconda parte degli anni cinquanta, infatti, mentre gli equilibri politici erano congelati, la struttura produttiva del paese avviò un profondo processo che ne avviò il cambiamento da paese agricolo e semi-povero a paese ad economia industriale. Il reddito pro-capite degli italiani indicato dal censimento del 1951, era di lire 220.000 - equivalenti ad un potere d'acquisto di lire 4.250.746 calcolato sul costo della vita nel 1991-. Il censimento del 1971 evidenziava un reddito pro-capite di 11.334.000, sempre in termine di potere d'acquisto del 1991. In vent'anni il reddito era quasi triplicato. Tra il 1951 e il 1961 gli addetti all'agricoltura calarono dal 42% al 29% della forza lavoro, gli addetti all'industria e ai servizi crebbero di due milioni di unità: l'Italia entrava in una fase di accelerata modernizzazione della sua base economica e per la prima volta il settore industriale conquistava la maggioranza relativa della popolazione attiva. Ma questo aumento vistoso non fu sufficiente a compensare la perdita di posti di lavoro in agricoltura che nello stesso periodo ammontò a 2 milioni e mezzo di unità. Anche se impetuoso, il processo di industrializzazione rimase inizialmente concentrato nel cosiddetto «triangolo industriale» Torino-Milano-Genova, senza toccare in profondità il Mezzogiorno e senza riuscire a cancellare una cronica penuria di lavoro.
Il carattere geograficamente ristretto di questa espansione industriale settentrionale innescò un gigantesco moto migratorio dal sud rurale verso le grandi metropoli del nord, che tra il 1955 e il 1970 coinvolse circa tre milioni di persone, con punte massime nel periodo 1958-63. Questa grande migrazione ebbe effetti dirompenti sui tessuti familiari e culturali del Mezzogiorno e segnò l'avvio di uno spopolamento delle aree meridionali, in particolare di quelle agricole e montane. Quasi sempre a partire erano proprio le persone che per cultura e inclinazioni personali erano più intraprendenti e più impegnate sul terreno civile e sociale: alla divisione delle famiglie (spesso donne, anziani e bambini rimanevano a casa) si aggiungeva l'impoverimento della società locale. Sui territori di destinazione questo moto migratorio si abbatté con forza: richiamati dalla possibilità del lavoro, gli immigrati affrontavano condizioni tremende di disagio, emarginazione e povertà. Intere città, come Torino, ne furono profondamente trasformate. Crebbero quartieri-dormitorio popolati da immigrati meridionali, con forti problemi di integrazione sociale con la popolazione residente. In Italia centrale la mezzadria (il patto agrario che da secoli regolava la vita della campagne, fondato sulla spartizione a metà dei proventi tra padrone e conduttore del podere) entrò in crisi: le giovani generazioni abbandonarono la campagna per andare in città e trovare nuovi impieghi nel commercio e nella piccola industria. Ma, a differenza del nord, questo spostamento di popolazione non produsse la congestione urbana tipica delle metropoli del nord e anzi si diffuse sul territorio dando vita a una «campagna urbanizzata» che col tempo si rivelerà un prerequisito determinante per la nascita di nuovi distretti industriali, contraddistinti dalla presenza diffusa di piccole fabbriche.
Si verificò allora una grande mutazione. Tradizioni, credenze, riti e costumi del mondo contadino si avviarono verso una sostanziale scomparsa, gradualmente ma inesorabilmente sostituiti da comportamenti e abitudini del mondo cittadino, industriale, moderno, «americano». Medium determinante di questa mutazione fu la televisione (inaugurata nel 1954): attraverso di essa la lingua italiana si affermò definitivamente nell'uso, soppiantando o affiancandosi ai dialetti parlati. Nacquero nuovi miti, come quello di Mike Bongiorno e del suo programma di quiz Lascia o raddoppia, fedelmente copiato dalla tv americana. Ma soprattutto attraverso la televisione tutti i ceti sociali furono influenzati da un processo di secolarizzazione: si ridimensionò il peso della religione nei comportamenti quotidiani, a tutto vantaggio di costumi, modi di pensare e rapporti umani e sociali più moderni, aperti e liberi, variamente influenzati dai miti del cinema e dalla pubblicità commerciale. Nuovi status-symbol (lo scooter, l'automobile, il frigorifero, la lavatrice) si affermarono nell'uso comune e per la prima volta, come del resto accadeva in tutto il mondo occidentale, i giovani costituirono un segmento di mercato con gusti, mode e consumi culturali (la «musica leggera» e il rock'n roll diffusi da una industria discografica in fase di grande espansione) diversi da quelli degli anziani. La donna divenne target («bersaglio») specifico della pubblicità radiofonica e televisiva, favorendo una sua crescente autonomia sul piano dei consumi e delle esigenze.
Il «boom» o «miracolo economico» (come allora venne chiamato) dell'Italia coincise con una fase di distensione sul piano internazionale. La morte di Stalin nel 1953 e l'ascesa al potere di Chruščëv sembrarono favorire l'allentamento delle contrapposizioni più rigide e il pur contraddittorio avvio di una nuova stagione, che venne chiamata del «disgelo», dal titolo di un romanzo dello scrittore russo Il'ja Erenburg pubblicato nel 1954. La denuncia dei crimini di Stalin da parte di Chruščëv e l'invasione sovietica dell'Ungheria determinarono una rottura nei rapporti tra il Psi (che denunciò l'azione militare dell'Urss) e il Pci (che invece ribadì il proprio «legame di ferro» con Mosca). La fine dell'unità tra socialisti e comunisti aprì nuove prospettive nella politica italiana. Si cominciò allora a parlare di «apertura a sinistra», intendendo con ciò la possibilità di una collaborazione governativa tra Dc e Psi. A spingere in tale direzione era anche la maggiore disponibilità al dialogo che si venne manifestando all'interno del mondo cattolico, dove la morte di Papa Pio XII nel 1958 contribuì a mettere in discussione le più aspre rigidezze dottrinali che avevano contraddistinto il suo pontificato (a partire dalla scomunica che nel 1949 aveva colpito i comunisti).
Papa Giovanni XXIIIPapa Giovanni XXIIIA soli tre mesi di distanza dalla nomina, il nuovo pontefice Giovanni XXIII annunciò la convocazione di un concilio (il Vaticano II, inaugurato nel 1962) e con gradualità affermò un nuovo concetto di Chiesa, maggiormente collegiale e più aperto alle altre confessioni religiose e al mondo laico. Scritta da Papa Giovanni pochi mesi prima della sua morte (avvenuta nel giugno 1963), l'enciclica Pacem in terris testimoniò l'impegno della Santa Sede a favore della pace nel mondo attraverso il superamento della guerra fredda. Contemporaneamente l'elezione del democratico John Kennedy alla presidenza degli Stati Uniti nel 1960 allentò progressivamente la tradizionale intransigenza statunitense nei confronti di ogni spostamento a sinistra della politica italiana. Le modificazioni del quadro internazionale, insomma, sembravano convergere nel determinare nuovi vincoli e nuove opportunità per la politica italiana.
Anche sul terreno più propriamente economico le maggiori spinte innovative vennero dall'estero. La firma dei trattati di Roma nel 1957 e il varo del Mercato comune europeo rafforzarono le pressioni per una maggiore programmazione pubblica della ripresa produttiva. Ne derivò una espansione del settore delle industrie di stato, che già nel 1956 era stato centralizzato in un apposito ministero delle Partecipazioni statali.
J.F. KennedyJ.F. KennedyFino ad allora le scelte liberiste di piena integrazione dell'Italia nei mercati internazionali avevano dato impulso allo sviluppo competitivo dell'industria privata esportatrice, che risultava favorita rispetto ai paesi esteri da più ampie disponibilità di forza lavoro a basso costo. Adesso invece l'Eni di Enrico Mattei - destinato a morire nel 1962 in un oscuro incidente aereo - perseguiva una politica di autonomia dal potere delle «sette sorelle» (come venivano chiamate le maggiori compagnie petrolifere angloamericane) attraverso rapporti più favorevoli con i paesi arabi produttori.
Nel 1960 il partito liberale uscì dalla maggioranza di governo per costringere la Dc a una resa di conti interna che bloccasse una volta per tutte la prospettiva del centrosinistra. Il governo «monocolore» Dc che ne seguì era guidato da un esponente democristiano di secondo piano, Fernando Tambroni, che non esitò ad accettare i voti dell'estrema destra, formata da monarchici e missini. Ciò suscitò una risposta popolare che nel luglio 1960 si espresse in violente manifestazioni di piazza, a cui il governo oppose una repressione sanguinosa non molto diversa da quella degli anni cinquanta. Nove dimostranti caddero sotto il fuoco della polizia (a Reggio Emilia, Palermo e Catania) mentre protestavano contro la legittimazione governativa delle forze politiche più legate al passato regime fascista. Si aprì allora una crisi assai grave che si concluse con la secca sconfitta delle destre. MoroMoroTambroni si dimise e il nuovo governo venne guidato da Fanfani con l'astensione dei monarchici e del Psi: il segretario della Dc Aldo Moro lo definì come il governo delle «convergenze parallele», oscuro ossimoro che voleva significare il cauto e guardingo spostamento verso sinistra del partito di maggioranza relativa. D'altra parte, ormai anche il Vaticano e Washington sembravano propensi ad accettare la prospettiva del centrosinistra come l'unica in grado di sbloccare senza avventure pericolose un quadro politico da troppo tempo congelato. Con estrema lentezza la situazione evolse in quella direzione. Nel 1962 si formò un nuovo governo presieduto da Fanfani con l'opposizione della destra e del Pci, ma di nuovo con l'astensione del Psi. L'anno successivo i socialisti entrarono direttamente nel governo formato da Moro.
L'avvio dei governi di centrosinistra non avvenne all'insegna di un entusiastico consenso popolare. Alle elezioni politiche del 1963 la Dc perse il 4% dei voti e il Psi ottenne un aumento minimo (0,4%) mentre gli avversari dell'esperimento governativo - comunisti a sinistra e liberali a destra - furono premiati dall'elettorato. Nondimeno, i nuovi governi si proposero di promuovere un accelerato processo di modernizzazione, che si concretò nella nazionalizzazione della produzione di energia elettrica e nella riforma della scuola media. Realizzata nel 1962, la nazionalizzazione dell'energia elettrica avvenne attraverso la costituzione di un nuovo ente statale apposito (Enel, Ente nazionale per l'energia elettrica) ma l'indennizzo, invece di andare alle migliaia di azionisti delle società espropriate, fu corrisposto ai vertici delle aziende elettriche private. Il risultato fu che buona parte di questi capitali venne utilizzato in operazioni finanziarie e borsistiche, con scarse ricadute positive in termini di investimenti produttivi e di ampliamento della base imprenditoriale. Nonostante i grandi cambiamenti provocati dal «miracolo economico», il capitalismo italiano rimaneva un capitalismo legato a poche grandi famiglie e ai loro rapporti privilegiati con il potere politico. Il partito socialista che partecipava al governo con l'ambizione di entrare nella «stanza dei bottoni», da cui dirigere attraverso la «programmazione» uno sviluppo più armonioso ed egualitario della società, dovette ben presto ricredersi. Pochi mesi prima di realizzare la nazionalizzazione dell'energia elettrica, nel maggio 1962 il repubblicano Ugo La Malfa, ministro del Bilancio, allegò al programma del governo una «Nota aggiuntiva» centrata sullo sviluppo industriale del Mezzogiorno e la priorità assegnata ai consumi collettivi (servizi sociali, trasporti pubblici, scuola e sanità). Ma di fatto quel documento rimase lettera morta, vanificato dalle resistenze e dall'ostruzionismo passivo che gli venne opposto dai poteri forti dell'economia e della finanza attraverso i loro rappresentanti in governo e in parlamento.
La scuola media unica, istituita nel 1962, cancellava la discriminazione sociale precoce che fin allora aveva avviato al lavoro i ragazzi più poveri (senza concedere loro alcuna opportunità di ascesa sociale) e portò a 14 anni la frequenza obbligatoria. La riforma lasciò inalterati molti mali antichi della scuola italiana: gli aspetti autoritari e tradizionalisti della linea didattica, la selezione che comunque continuava a colpire i bambini e i giovani delle classi popolari meno ricche e meno acculturate. (Singolarmente i programmi relativi alla nuova scuola media verranno emanati nel 1979,17 anni dopo la sua istituzione). Ma la riforma significò anche una scelta a favore della scolarizzazione di massa, ormai indispensabile in un quadro, come quello italiano, di accelerata crescita dei quadri impiegatizi, del settore terziario dei servizi e di forte innovazione tecnologica del settore industriale con l'impiego di macchinari sempre più sofisticati. Erano tutti processi che richiedevano una forza lavoro più acculturata e specializzata, cioè più qualificata attraverso una formazione di base più rispondente alle nuove necessità del mondo professionale. Anche la scuola doveva mutare al passo con l'economia e la società.
L'avvio del centrosinistra determinò un intenso travaglio nell'opposizione. Gli obiettivi riformatori della maggioranza del Psi spinsero una minoranza del partito, che non li condivideva, a dar vita a una nuova formazione - il Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup) - che richiedeva più incisivi interventi politici e sociali. All'interno del Partito comunista, Giorgio Amendola (1907-1980) sostenne la necessità di un appoggio più stretto al Psi e al suo impegno riformatore dentro il governo, senza tuttavia trovare molto consenso tra i suoi compagni. La morte di Togliatti nel 1964, tuttavia, segnò la chiusura di un ciclo della storia del partito, che egli stesso siglò con un famoso memoriale (il Memoriale di Yalta, la località della Crimea in cui si trovava quando morì). Pur senza rinnegare la superiorità del sistema sovietico, Togliatti prospettava un «policentrismo» del movimento operaio internazionale che tenesse conto dell'emergere di molte vie nazionali al socialismo, non necessariamente uguali a quella percorsa in Urss. La via italiana al socialismo, in particolare, doveva cercare un raccordo organico tra democrazia e socialismo fondato sul pluralismo dei partiti e il rispetto della maggioranza parlamentare.
Verso la metà del decennio, tuttavia, la spinta riformatrice dei governi di centrosinistra sembrò indebolirsi. Il miracolo economico si esaurì e la situazione economica mondiale entrò in una fase di rallentamento, che in Italia ridusse le risorse necessarie a continuare sulla strada delle riforme. Erano gli anni della «congiuntura». Gli impegni di grande importanza annunciati dai governi presieduti da Moro negli anni 1964-1966 (l'attuazione delle regioni, la programmazione economica, la regolamentazione dell'uso dei suoli ai fini dello sviluppo urbanistico e dell'edilizia privata) non ebbero mai concreta attuazione e furono vanificati dall'opposizione di un fronte conservatore sempre più forte. Molte città, soprattutto nel meridione, crebbero in modo incontrollato, senza piani regolatori, dando ampio spazio alla criminalità mafiosa, cementificando intere zone del paese senza riguardo per gli equilibri ambientali e la salvaguardia di uno dei paesaggi più belli del mondo.
Ad opporsi all'attuazione delle riforme erano anche forze illegali e sotterranee. Un esempio eclatante fu rappresentato dal cosiddetto «piano Solo», elaborato nel 1964 dal comandante dell'Arma dei carabinieri generale Giovanni De Lorenzo, che prevedeva, in caso di disordini, un intervento diretto dell'Arma e solo di essa (di qui il nome) per l'arresto degli oppositori e l'occupazione delle prefetture e di altri centri nevralgici dello stato. Al di là della sua effettiva praticabilità, anche solo l'esistenza di tale piano - accertata nel 1968 da una commissione parlamentare d'inchiesta - contribuì a intimidire le forze riformatrici e a indurle ad accettare compromessi e ritardi sulla strada della modernizzazione. Peraltro il «piano Solo» mise in luce una perdurante debolezza della democrazia italiana, già emersa nel 1948 e determinata dalla disponibilità vera o presunta di alcuni settori dello stato ad agire al di fuori della legalità allo scopo di perseguire particolari obiettivi politici: una circostanza che è poi rimasta, in varie forme, una costante della storia d'Italia, agendo da strumento di ricatto e delegittimazione reciproca delle forze politiche. E' esemplificativo il convegno organizzato dall'Istituto Pollio -privato ma vicino allo Stato Maggiore dell'Esercito- il 3-5 maggio 1965 a Roma ,hotel Parco dei Principi, sul tema "la guerra rivoluzionaria". L'obiettivo era di contrastare la presa del potere da parte dei comunisti. Giorgio Pisanò, Giano Accame, Guido Giannettini, Pino Rauti effettuarono interventi;Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino erano tra i partecipanti. L'incontro evidenzia la vicinanza del pensiero strategico della destra radicale e delle alte gerarchie militari.
A metà degli anni sessanta anche in Italia la baby boom generation, figlia del miracolo economico e del processo di crescita vissuto dal paese, si affacciò alla ribalta. Giovani operai, emigrati dal sud e dalle campagne mai integratisi appieno nelle strutture delle grandi fabbriche del nord, studenti nati all'indomani della guerra che affollarono università costruite per una formazione d'élite: un'intera generazione, che l'ombra della bomba atomica aveva spinto alla diffidenza nei confronti dell'Occidente e del suo modello di sviluppo, si scontrò con le strutture arcaiche e inadeguate di un'Italia cresciuta senza rinnovarsi.

 

 

3- L'Italia 1968-79: la stagione dei diritti e gli anni di piombo

Come accadde in larga parte del mondo, in Italia le ostilità furono aperte dalle lotte studentesche. A partire dalle università (Torino, Milano, Roma e Trento furono i centri più vivaci) gli studenti avviarono nella primavera del 1968 una serrata contestazione del sistema scolastico, dei caratteri selettivi e meritocratici a cui si ispirava, della cultura astratta predominante nelle università. La spinta materiale dei bisogni insoddisfatti da una scuola inadeguata ad accogliere un afflusso di massa si unì a ideali libertari e a speranze rivoluzionarie, vissuti come alternativa di vita al «sistema». Una peculiarità della situazione italiana rispetto al resto del mondo fu che sulle lotte studentesche si inserì una ulteriore fase di lotte operaie: il cosiddetto «autunno caldo» del 1969. In effetti gli anni dal 1968 al 1974 videro un rilancio della conflittualità operaia (testimoniata dall'aumento del numero di scioperi) in tutta l'Europa occidentale. Ma in Italia essa assunse la forma di una contestazione che non si poneva solo obiettivi salariali e normativi e avanzava invece richieste più vaste: una riforma dal basso del sindacato attraverso nuove strutture elettive (i consigli di fabbrica) formate da delegati di reparto eletti dai compagni di lavoro anziché da funzionari sindacali, un monte-ore retribuito (le cosiddette «150 ore») da destinare allo studio e alla formazione, il rifiuto di ambienti di lavoro e mansioni lavorative che fossero nocivi per la salute.
Contrariamente a un diffuso senso comune, il Sessantotto trasformò radicalmente la società italiana, approfondendo il processo di secolarizzazione e modernizzazione avviato dieci anni prima dal miracolo economico. Si confermava così un tratto di lungo periodo della storia d'Italia: l'influsso determinante esercitato da spinte esterne e internazionali per provocare blocchi o avanzamenti della situazione interna. Nel 1969 il sistema delle pensioni fu allargato e incrementato; le leggi a tutela della maternità vennero ulteriormente migliorate; il divorzio venne introdotto con una legge dello stato. L'accesso all'Università fu liberalizzato in termini sperimentali. Non più consentito solo ai possessori del diploma del liceo classico e scientifico, ma a chiunque avesse terminato le scuole superiori. Singolarmente la sperimentazione si protrasse per 28 anni senza che, né le scuole superiori né l'università, venissero adeguate, in qualche modo, all' innovazione introdotta. Nel 1970 si costituirono le regioni con proprie giunte di governo e proprie assemblee elettive; l'approvazione dello Statuto dei lavoratori garantì una vita più democratica all'interno delle fabbriche, impedì i licenziamenti arbitrari e diede legittimità ai rappresentanti dei lavoratori eletti nei consigli di fabbrica. Nel 1971 il sistema fiscale fu riformato con l'introduzione di una imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), ispirata a criteri di progressività (cioè di crescita proporzionale delle aliquote di prelievo in funzione dell'aumentare dei redditi) e finalizzata alla creazione di un'anagrafe tributaria nazionale permanente. Il censimento di quell'anno indicava che la popolazione attiva italiana era addetta per il 17,2% all'agricoltura, per il 38,5 al terziario e per il 44,3 all'industria. Nel 1974 si posero le basi del Servizio sanitario nazionale, secondo criteri di universalità e gratuità che rompevano con la tradizione particolaristica e corporativa delle casse mutue frammentate per categorie lavorative. Si trattò in effetti di uno dei più ampi cicli riformatori della storia italiana, che sopraggiungeva dopo la stagione di ritardi e delusioni del centrosinistra. Nel 1974 il referendum sulla legge istitutiva del divorzio, voluto dalle organizzazioni cattoliche intenzionate a cancellare la legge -fortemente appoggiato dalla Dc- fu vinto con il 59% dei voti dagli oppositori dell'abrogazione della legge.Questo risultato dimostrò che il paese si era ormai incamminato irreversibilmente sulla strada della secolarizzazione.
Questa fase di aperture venne tuttavia segnata da laceranti conflitti. Sul piano internazionale nel 1971 il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon - pressato da una dispendiosa e ormai disperata guerra del Vietnam - pose fine alla convertibilità del dollaro in oro e con essa al modello di cooperazione internazionale del venticinquennio precedente. Due anni più tardi la guerra del Kippur scatenata da Egitto e Siria contro Israele quadruplicò in poche settimane il prezzo del petrolio e trasmise rapidamente al resto dell'economia mondiale un effetto di «stagflazione» cioè di stagnazione produttiva unita ad inflazione dei prezzi. In Italia l'inflazione salì a livelli abnormi, fino a raggiungere percentuali annue superiori al 10%. Si innescò così una nuova fase di conflitti sociali che si prolungò per tutti gli anni settanta. Una pesante atmosfera di scontro tra i movimenti di massa e le forze dell'ordine avvelenò il clima di molte città italiane. L'uso della violenza diventò nel giro di pochi anni una caratteristica della lotta politica nelle piazze e a essa si aggiunse lo scatenarsi del terrorismo. Nel dicembre 1969 una bomba alla Banca nazionale dell'Agricoltura di Milano provocò sedici morti: la polizia seguì immediatamente la pista anarchica arrestando dei presunti colpevoli che le inchieste giudiziarie successive riabilitarono come completamente estranei ai fatti. In realtà, le inchieste evidenziarono che la bomba del dicembre 1969 inaugurò una stagione di «stragismo», diretta e organizzata da organizzazioni neofasciste in collaborazione con settori dei servizi segreti dello stato e delle forze armate. Loro scopo era quello di creare un clima di allarme e tensione sociale per imporre un brusco spostamento a destra degli equilibri politici: dopo il colpo di stato dei colonnelli greci nel 1967 tutto il fronte mediterraneo della Nato - da Lisbona ad Ankara - era governato da dittature militari, tranne l'Italia.
A questa collusione tra neofascisti e servizi segreti deviati sono riconducibili anche le stragi che negli anni successivi segnarono la storia d'Italia colpendo a caso e senza discriminazione cittadini, spesso del tutto estranei ad attività politicamente significative: la bomba di piazza della Loggia a Brescia nel 1974 durante un comizio sindacale, quella sul treno Italicus nello stesso anno, quella alla stazione di Bologna nel 1980 che uccise ottantacinque persone, quella sul rapido Roma-Milano nel 1984. Si parlò allora di «strategia della tensione» per indicare una regia occulta - peraltro mai provata definitivamente - di questa catena di morte, volta a creare le condizioni di terrore per una fuoruscita autoritaria dal sistema democratico parlamentare. Ma le istruttorie giudiziarie condotte su questi attentati hanno spesso mostrato il coinvolgimento diretto (o indiretto, nell'azione di «depistaggio» delle indagini) dei servizi segreti dello stato o di parti di essi, secondo una consuetudine inaugurata dal piano Solo del 1964.
Come un drammatico pendolo di sangue la «strategia della tensione» del terrorismo di destra suscitò la reazione del terrorismo di sinistra. È inesatto individuare nella strage di Piazza Fontana il momento originario di una perdita dell'innocenza - come alcuni reduci del Sessantotto continuano a sostenere - perché la violenza aveva fatto la sua comparsa nel movimento studentesco almeno fino dal tempo degli scontri di Valle Giulia, a Roma, del marzo 1968 (con 600 feriti tra dimostranti e poliziotti). Ma una netta linea di demarcazione separa quel tipo di violenza, strutturalmente connessa a una dimensione di massa, dalla violenza terroristica premeditata e clandestina di piccoli gruppi organizzati. Nel marzo 1972 il sequestro per poche ore di un dirigente aziendale segnò l'atto di nascita di questo terrorismo di sinistra che nel maggio successivo uccise il comissario di polizia Luigi Calabresi. Al regolamento di conti con «nemici» individuati (poliziotti, magistrati ma anche operai «che fanno la spia» come Guido Rossa) si affiancarono azioni dimostrative contro individui simbolo del potere economico o politico.
Insieme alla Germania l'Italia è l'unico paese europeo dove il Sessantotto prelude alla lunga scia di sangue degli «anni di piombo»: secondo stime ufficiali elaborate sulla base di dati del Ministero dell'Interno tra 1969 e 1987 si contarono più di 400 vittime del terrorismo, più di mille feriti in quasi 15 mila atti di violenza «politicamente motivati» contro persone e cose. Tra 1969 e 1984 morirono circa 150 persone in stragi perpetrate dal terrorismo di destra (di cui 85 alla stazione di Bologna nel 1980) e altre 150 in agguati mirati prevalentemente ad opera di terroristi di sinistra. Nel 1978 l'uccisione degli uomini della scorta, il rapimento e poi l'esecuzione del leader della Dc.
Aldo Moro, segnarono lo spartiacque: il gruppo terroristico delle Brigate Rosse conobbe il suo momento di massima notorietà ma anche l'inanità del proprio progetto politico. Oltre un certo limite (circoscrivibile a qualche migliaio di individui) il terrorismo di sinistra non riuscì a fare proseliti; sia pure con sbandamenti - si diffuse all'epoca in alcuni ambienti intellettuali lo slogan «né con lo stato né con le Brigate Rosse» - l'opinione pubblica reagì con indifferenza alla prospettiva di uno scontro rivoluzionario; il fronte della fermezza opposto dai partiti e dalle istituzioni riuscì tutto sommato a tenere; attraverso il meccanismo dei «pentiti» (terroristi catturati e convinti a collaborare) l'azione di polizia diretta dal generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa assestò gravi colpi alle organizzazioni terroristiche.
Anche il movimento di fondo della società italiana negli anni settanta sembrò seguire un andamento pendolare. Nella prima fase si dispiegò un ciclo di intensa politicizzazione di massa - forse il secondo nella storia della Repubblica dopo quello del 1948 - che contraddice la tradizionale passività ed estraneità alla sfera pubblica delle grandi masse. Donne, studenti, operai ne erano i protagonisti. Tra le elezioni amministrative del 1975 e quelle politiche del 1976 le sinistre ottennero il successo elettorale più consistente di tutta la loro storia. Nel 1976 votavano per la prima volta i diciottenni - altro effetto «a distanza» del Sessantotto - e il Pci incrementò di un terzo i propri voti in cifra assoluta (+3,6 milioni): un'avanzata equamente ripartita per tutta la penisola senza grandi differenze nelle varie province d'Italia, che lo portò dal 27,1% al 34,4%. Anche la Dc avanzò (+1,3 milioni) pur restando ferma in percentuale al 38,8%, ma in maniera più circoscritta (soprattutto in Emilia, Toscana, Sicilia). Cogliendo un senso comune diffuso, il giornalista Indro Montanelli invitò a votarla «turandosi il naso» in omaggio a un riflesso d'ordine conservatore e anticomunista, ormai privo dell'ambizione di un progetto riformatore.
Quello del 1976 risultava così un voto paradossale: dopo quello del 1948 è il più bipolare dell'intera storia della Repubblica (Dc e Pci coprono più del 70% dei suffragi). Il leader comunista Berlinguer legò il successo del suo partito alla strategia del «compromesso storico», cui fino dal 1973 (all'indomani del golpe cileno del generale Pinochet) aveva conquistato la larga maggioranza del gruppo dirigente e della base degli iscritti. Si trattava di una strategia moderata, ispirata dai vincoli della guerra fredda e dall'impossibilità di un'alternanza al governo in Italia: un ipotetico governo delle sinistre a maggioranza risicata avrebbe modificato in modo insopportabile l'equilibrio tra i blocchi in un'area cruciale come quella mediterranea e sarebbe andato incontro agli stessi pericoli del governo di Allende in Cile. L'idea era quella di un ritorno alle origini: a un governo di solidarietà nazionale tra comunisti, socialisti e cattolici, non dissimile dalle coalizioni che ressero l'Italia fino al 1947 e che, approfittando della presenza della Santa Sede, guadagnasse una sorta di extraterritorialità del paese rispetto alla ferrea logica bipolare dei blocchi contrapposti. È evidente che dietro a questa idea stavano sia la percezione delle trame oscure che mettevano a repentaglio la natura democratica delle istituzioni, sia la fiducia nella presenza in seno alla Dc di interlocutori autorevoli e sensibili alla proposta (Aldo Moro in primis).
Eppure - ecco il paradosso - alle elezioni amministrative dell'anno precedente il Pci prese voti in base, non solo e non tanto a questo disegno strategico moderato, bensì a un'immagine di buongoverno onesto ed efficiente, seccamente alternativa rispetto alla Dc. Per buona parte degli elettori comunisti a metà degli anni settanta la prospettiva, che dal piano delle amministrazioni locali passava al quadro politico nazionale, non era quella di una nuova alleanza tra democristiani, socialisti e comunisti. In qualche modo la loro visione del mondo era più ottimista di quella berlingueriana e assumeva come possibile (magari irresponsabilmente) la prospettiva di un'alternativa e di un'alternanza al governo, anche con il 51% dei voti.
La reazione della Dc al compromesso storico e all'avanzata del Pci somigliò a una resistenza passiva: i governi che allora si succedettero cercarono di galleggiare tra crisi economica ed emergenza terroristica, senza aprire né chiudere ai comunisti la porta dell'ingresso in maggioranza. Prima ancora che una strategia organica questa indecisione programmatica era il frutto dei veti incrociati interni: la lotta tra le correnti del partito democristiano - che il sequestro Moro portò alla luce in tutto il loro ingombrante bagaglio di risentimenti - produceva un'inazione di fatto, che tuttavia a lungo andare conseguì il risultato di un logoramento del Pci, costretto a una lunga anticamera sulla soglia del governo che lo corresponsabilizzava senza la possibilità di contare nelle scelte. LamaLamaEmblema di questa difficoltà fu la cosiddetta «linea dell'Eur» che nel 1978 il segretario della Cgil Luciano Lama propose ai sindacati: tregua salariale in cambio di un rilancio degli investimenti. Era la rinuncia unilaterale ad esprimere un progetto di cambiamento: le rivendicazioni nate con l'autunno caldo (egualitarismo, studio, salute) lasciavano il posto al loro contrario («sacrifici» fu la parola usata da Lama) riconsegnando al ceto imprenditoriale la chiave delle scelte di politica economica. L'anno prima in un discorso tenuto al teatro romano dell'Eliseo e rivolto agli intellettuali, Berlinguer aveva definito la classe operaia come «la forza sociale che oggi è la principale motrice della storia»: suo era il compito nazionale di indicare la via dell'austerità come occasione per trasformare l'Italia in senso meno consumista e più solidale. Già nel 1972 un gruppo di studiosi del Mit aveva per la prima volta sollevato il tema dei «limiti dello sviluppo»: crescita demografica accelerata e fonti di energia non rinnovabili a rischio di esaurimento (innanzitutto il petrolio) ponevano un gigantesco punto interrogativo sul futuro del pianeta. Il Pci raccolse questa indicazione in esplicita e secca controtendenza rispetto alle tendenze profonde del paese, che andavano invece nella direzione opposta di un'espansione dei consumi privati di massa. Fu una sfida coraggiosa e impopolare, che nell'immediato rimase senza esito ma nel medio periodo segnò un primo, decisivo distacco tra sinistre e senso comune di larghe fasce della popolazione.
BerlinguerBerlinguerIl terremoto elettorale, il sogno dell'alternanza, la baby boom generation rimasero insomma senza prospettive. Il terrorismo si infilò in questa contraddizione, rendendola ancora più insopportabile. Come nelle guerre e nei momenti di acuta crisi collettiva che ne hanno punteggiato la storia millenaria, il popolo italiano scelse allora d'istinto e quasi inconsapevolmente la strada del rifugio nel privato: famiglia, casa, lavoro e piccoli piaceri del tempo libero e della vita quotidiana ne riempirono l'orizzonte. La breve stagione di una nuova fiducia nella politica e nella possibilità di cambiare si chiudeva rapidamente. Più ancora che dalla incerta fermezza delle istituzioni (profondamente inquinate dalle trame della strategia della tensione, come lo scandalo della loggia massonica coperta denominata P2 portò alla luce) il terrorismo risultò sconfitto da questo ritorno alla consueta apatia della maggioranza (di nuovo) silenziosa. Lo si vide alla successiva tornata elettorale del 1979, quando la storica e fisiologica percentuale di astensioni (fissa attorno al 7% fino dal 1948) inaugurò una fase di espansione costante che la portò al 9,4% e poi verso le vette vicine al 20% degli anni duemila. Si dissolse allora rapidamente il luogo comune che voleva gli italiani depositari di una peculiare tradizione di partecipazione politica in un contesto europeo di molta minore affezione per la cosa pubblica. Al sondaggio Eurobarometer (che regolarmente tasta il polso delle opinioni pubbliche del continente) del gennaio 1983 italiani e belgi si dividevano il primato del più basso grado di interesse per la politica. È significativo che a raccogliere questa disaffezione per la politica fosse l'andamento dell'attenzione per i telegiornali, da sempre il genere più seguito dal pubblico televisivo. Tra 1976 e 1987 - ben prima che iniziasse nel 1991 l'epoca dei notiziari delle emittenti private - l'audience media dei tre telegiornali di prima serata quasi si dimezzava (da 22 a 13 milioni di spettatori).

 


4- L'Italia 1980-89: da paese industriale a paese ad economia post-industriale

Questo allontanamento dalla politica corrispondeva al venir meno di tradizionali meccanismi di coesione e solidarietà civile. Nel 1985 solo 4 su 50 giudici popolari accettarono di far parte della giuria del maxiprocesso intentato a Palermo contro la mafia. Ma corrispondeva anche a un movimento profondo, del tutto nuovo per la società italiana: l'emergere di un nuovo individualismo di massa. Quello che si aprì negli anni ottanta era un processo di ridislocazione degli equilibri antropologici, che riprendeva l'esplosione del Sessantotto (un altro degli effetti a distanza di quella rottura) dopo la parentesi degli anni settanta segnata dalla prevalenza dei partiti e dei grandi attori allegorici (in primis la classe operaia). Per usare i termini di un sociologo, storico ed economista come Albert Hirschman la felicità privata sostituiva la felicità pubblica: un ciclo usuale nella storia del genere umano. Innanzitutto il cambiamento si manifestò in alcuni indicatori demografici. Il primo era quello della crescita dei solitari: dei nuclei familiari composti da una sola persona. Solo in parte minore (circa un terzo) si trattava di single giovani e indipendenti. In parte largamente maggiore si trattava di anziani, che il potenziamento dei servizi e delle strutture sanitarie consentiva alle famiglie di espellere dal proprio seno. Parallelamente calava infatti il numero delle famiglie estese plurigenerazionali, entro le quali i nonni convivevano sotto lo stesso tetto assieme ai nipoti. In entrambi i casi la famiglia italiana veniva comunque meno al proprio tradizionale ruolo di ombrello sociale e di supplente dell'assistenza pubblica, in omaggio a un nuovo egoismo individuale che richiedeva spazi e risorse per sé. Come sottolinea Christopher Lasch non era un fenomeno solo italiano: la «cultura del narcisismo» attraversava tutto l'Occidente e rovesciava nella corsa ai consumi privati il senso civile della convivenza. Partecipazione e condivisione del vivere sociale non passavano più attraverso forme collettive di uso del tempo libero, bensì attraverso l'ostentazione di status symbol personali (di cui la cura del proprio corpo entrava a far parte). Secondo la penetrante immagine coniata dal politologo statunitense Robert Putnam, inizia l'epoca in cui a giocare a bowling si va da soli.
In secondo luogo le classi sociali entrarono in una fase di destrutturazione interna. I lavoratori dipendenti del comparto industriale cominciarono a ridursi in cifra assoluta e in percentuale sul totale della popolazione attiva: furono soprattutto le grandi fabbriche del nord a contrarre i propri organici con una perdita complessiva di posti di lavoro (tra 1974 e 1993 furono più di centomila ogni anno) che non riusciva ad essere compensata dalla parallela espansione delle piccole e medie imprese. In concreto, ad iniziare dagli ultimi anni '70 -grazie anche alla disponibilità dei personal computer- si accentuò una progressiva diffusione dell'informatica. Le grandi e medio-grandi aziende industriali e di servizi accelerarono "l'automazione" dei rispettivi processi produttivi. La classe operaia non solo si riduceva ma si trasformava. Crescevano infatti al suo interno gli strati impiegatizi: i «colletti bianchi» preposti alle mansioni tecnologiche "intellettuali" correlate alla produzione: ricerca, progettazione, commercializzazione, organizzazione del lavoro.
Nello stesso tempo, alla pari delle altre società avanzate, anche quella italiana era attraversata da intensi processi di terziarizzazione. I lavoratori dei servizi (tra i quali spiccavano quelli del pubblico impiego, che tra 1951 e 1993 crebbero dal 7% al 18%) sorpassarono quelli del settore industriale fino a superare nel 1993 il 41% della popolazione attiva. Tra 1980 e 1993 i posti di lavoro calarono di 5 milioni nel settore agricolo e di 8 milioni nel settore industriale, ma aumentarono di 22 milioni nel terziario.Il censimento del 1991 evidenzia che l'intera popolazione attiva italiana si ripartiva per il 7,6% in agricoltura,per il 35,6 nell'industria e per il 56,7 nel terziario. Il reddito pro-capite aveva raggiunto i 24.080 milioni; circa sei volte il reddito del 1951 e più del doppio del reddito del 1971. In parte largamente maggioritaria il terziario italiano era fatto di alberghi e negozi nel settore privato e di burocrazia nel settore pubblico. Ma nello stesso arco di tempo 1980-1993 si moltiplicavano per tre i liberi professionisti, per due gli imprenditori, i dirigenti di impresa e gli impiegati pubblici di qualifica medio-alta.
Non si trattava quindi - come invece si è erroneamente teorizzato da parte di Jeremy Rifkin - di una «fine del lavoro». Non solo perché i posti di lavoro industriale non sparivano ma più semplicemente si spostavano: tra 1960 e 1990 la quota che ne detenevano i paesi poveri in Asia, Africa e America latina salì da un terzo a due terzi del totale mondiale. Ma anche perché comunque nei paesi ricchi l'occupazione manifatturiera continuava a rivestire un ruolo cruciale: ancora nell'Italia degli anni novanta gli operai erano 6 milioni e mezzo (e sarebbero risaliti a 7 milioni nel 2005 grazie alla ripresa dell'edilizia) pari a quasi un terzo della popolazione attiva. Ciò che cambiava in Occidente era piuttosto il rapporto personale con il lavoro. Nella parte finale del xx secolo infatti in tutte le società avanzate il tempo di lavoro riduceva il proprio peso sul tempo di vita: perdeva importanza rispetto al tempo libero. Come sottolineò un sociologo francese, Pierre Bourdieu, le persone si ridefinivano in base non più soltanto all'occupazione professionale ma anche al capitale (sociale, culturale, simbolico) da esse in vario modo incorporato. Le loro forme di impegno civile (ambiente, pace, parità sessuale) si dividevano lungo linee estranee alla condizione lavorativa. Il tasso di sindacalizzazione della società italiana, che era cresciuto costantemente nel corso del ventennio precedente, negli anni ottanta calò dal 49% al 39%.
Il risultato era un'Italia più ineguale. Mentre gli anni settanta si svolsero all'insegna di un appiattimento delle retribuzioni che era frutto delle strategie egualitarie del sindacato e al tempo stesso sintomo e veicolo di una ricomposizione delle classi sociali, gli anni ottanta si mossero in senso diametralmente opposto. Aumentò la dispersione salariale in relazione alla crescita della quota di salario contrattata direttamente sul posto di lavoro, mentre in alcuni settori (agricoltura, trasporti) aumentava la quota di lavoratori dipendenti temporanei o comunque soggetti a condizioni retributive e normative di tipo speciale. Iniziava l'epoca - destinata a protrarsi fino ai giorni nostri - dei lavori «atipici», che sui media venivano sempre più spesso chiamati «Mcjobs»: il friggitore di patatine assunto con contratto a tempo ne diventò l'emblema.
All'altro estremo della scala sociale si registrarono movimenti opposti e simmetrici di dispersione verso l'alto. Tra 1984 e 1986, complice il lungo ciclo di rialzo dei profitti borsistici (destinato ad incontrare un duro crash alla fine del 1987) entrarono in borsa circa due milioni di nuovi azionisti e si quotarono più società dell'intero ventennio precedente. Al dinamismo della finanza si accompagnò il decollo del debito pubblico: era l'epoca dei Bot people - come i media definirono gli acquirenti di titoli di stato - le cui file vennero ingrossate dai pensionati che potevano permetterselo, ma anche da lavoratori autonomi, professionisti, imprenditori. Furono in molti già allora ad osservare criticamente, in tempo reale, l'instaurarsi di un circolo vizioso tra evasione fiscale e rendita finanziaria. La prima riduceva le entrate dello stato che era di conseguenza costretto a indebitarsi attingendo, per altra via, a quella parte di reddito di cui non riusciva ad impossessarsi; la seconda,cioè la rendita, si avvaleva dell'indebitamento della stato accrescendosi nel tempo.
La ricchezza si redistribuiva così secondo linee abbastanza chiare: calavano costantemente i redditi da lavoro, crescevano i profitti fino ad eguagliare i livelli record degli anni cinquanta. Secondo i dati dell'Ocse l'indice di Gini (una misura sintetica dell'ineguaglianza) dei redditi italiani al netto dei prelievi fiscali e dei trasferimenti sociali crebbe da 0,31 a 0,35 tra 1975 e 1995, di contro in Germania rimase stabile attorno a 0,27, in Francia calò da 0,31 a 0,28. Solo Gran Bretagna (0,35) e Stati Uniti (0,36) che passarono per la rivoluzione neoliberista di Thatcher e Reagan avevano indici vicini a quelli italiani. Una quota di italiani stabile nel tempo, attorno al 10%, era pienamente identificabile come povera: alloggiava in case popolari, non aveva accesso al sistema bancario, percepiva redditi inferiori alla metà della media nazionale. Erano famiglie numerose con un solo stipendio ma anche anziani solitari in pensione. È interessante vedere l'esatta percezione che gli italiani stessi hanno di questi processi.
A sostenere la crescita economica del paese reale fu negli anni ottanta la cosiddetta «terza Italia»: le aree del centro e del nord-est contraddistinte dai distretti industriali di piccole e medie imprese. Tessile a Prato, ceramiche a Sassuolo, calzature sportive a Montebelluna: nel 1981 erano più di 60 i distretti censiti in Italia, che rappresentavano altrettanti fulcri di un modello destinato a guadagnare una rapida notorietà internazionale. Si fondavano sulla concentrazione territoriale di conoscenze tecniche, derivanti da antiche esperienze artigiane, energie imprenditoriali, spirito cooperativo, industrializzazione diffusa, campagna urbanizzata, capacità di ascolto delle amministrazioni locali, coesione sociale garantita da subculture politiche tradizionali (bianca nel nordest, rossa nel centro), transizione dolce alla modernità industriale, senza grandi poli produttivi, regolazione sociale del mercato del lavoro grazie alle reti di solidarietà familiari e comunitarie.
In effetti la terza Italia non era un fulmine a ciel sereno. Era la faccia nuova di una tradizionale peculiarità della base produttiva italiana: già nel 1960 gli addetti in unità manifatturiere con meno di 100 occupati rappresentavano il 57% dell'occupazione industriale totale, contro il 36% della Germania ovest, il 26% degli Stati Uniti, il 19% della Gran Bretagna. Nelle zone della terza Italia si vennero concentrando, nel corso degli anni ottanta, la crescita dei livelli occupazionali, l'innovazione tecnologica e la competitività sui mercati internazionali, l'aumento della quota mondiale di esportazioni. Tra 1981 e 1996 le imprese con meno di 10 addetti furono le uniche a crescere in quota percentuale sul totale degli occupati (+8,8%) mentre precipitava (-43,7%) quella detenuta dalle grandi imprese con più di 250 dipendenti. Nel 2001 il censimento dell'Istat fissò un punto d'arrivo di questa crescita: le piccole fabbriche con meno di 10 operai corrispondevano ai quattro quinti (81%, per avere un minimo termine di raffronto negli Stati Uniti erano pari al 65%) della base industriale e a un quarto del totale degli occupati del settore.
Solo in minima parte la rete in espansione delle piccole imprese era il frutto di ricadute ed esternalizzazioni delle grandi aziende; assai più spesso era l'esito di processi di urbanizzazione di ex contadini alla ricerca di nuove attività economiche ma anche della trasformazione di operai in imprenditori. Accanto alle piccole imprese cresceva il lavoro autonomo. Tra 1979 e 1990 le occupazioni indipendenti non agricole crebbero in Italia (+3,4%) più di ogni altro paese occidentale, esclusa la Gran Bretagna. Alla fine degli anni novanta il ceto medio indipendente raccoglieva in Italia più di un terzo degli occupati, contro una media europea che oscillava tra l'8 e il 15%, eccezion fatta per Francia (23%) e Spagna (28%). Ma era un terzo che orientava il senso comune più generale e quindi pesava più del proprio volume quantitativo, in termini di intraprendenza, dinamismo, fiducia, speranza, ottimismo, rincorsa di una qualità materiale della vita. La terza Italia dei microimprenditori corrispose quindi al prodotto più vistoso della mobilitazione individualistica degli anni ottanta, che allo stesso tempo riscopriva e catalizzava una «fiducia a raggio corto», aggregata attorno alla società comunitaria dei distretti. Lo stato rimaneva sullo sfondo, sostituito da un patto sociale informale ma efficace su scala locale; le reti fiduciarie strette rimpiazzavano il senso della cittadinanza moderna.

 

Cane ANPI


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