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Fascismo in Toscana
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La Toscana contribuì in modo consistente al consolidamento del Fascismo, dopo il maggio del 1922, con punte più alte a Firenze, Siena e Grosseto. Vi aderirono rappresentanti delle diverse classi sociali senza però arrivi da altri partiti.La confluenza ebbe luogo da diverse aree politiche e da nuove generazioni digiune di politica. Un ruolo significativo lo ebbe il sindacalismo che produsse quadri come il piombinese Persindo Giacomelli, l’orbetellano Umberto Pasella, il pesciatino Cesare Rossi. Il fascino dei vincitori attrasse molti giovani e non. L’orientamento mussoliniano a fare del fascismo uno strumento degli interessi industriali e agrari portò in quelle file personaggi dell’élite nobiliare, finanziaria e commerciale.Tra gli altri aderirono Pier Filippo Sassoli de’Bianchi, Giuseppe della Gherardesca, Piero Ginori Conti, Costanzo Ciano.

La marcia su Roma aprì la strada a nuovi ingressi nelle fila fasciste.La Toscana risultò la regione con maggiori aderenti, mentre i leaders assumevano rapidamente il controllo di parecchie amministrazioni locali.

Un ulteriore salto della presenza fascista avvenne con le elezioni amministrative del 1923, svolte con metodi particolarmente prevaricatori. Analogamente avvenne con le elezioni politiche del 1924, quando il fascismo toscano, fruendo della legge Acerbo, conseguì il più alto risultato italiano. Non si fermò allora la violenza fascista che colpì la stampa direttamente, come accadde al "Nuovo giornale", incendiato nel dicembre del 1923.Questo malgrado il potere sui giornali fosse garantito dal concorso dei prefetti.

La costellazione del potere, rappresentata dai cosiddetti "ras" o capi locali, vide emergere il calabrese Carlo Scorza a Lucca; il fiorentino Ferdinando Pierazzi a Grosseto; il pisano Guido Buffarini Guidi nella sua provincia; a Livorno Costanzo Ciano e la sua famiglia, anche se non in forma diretta; Renato Ricci a Carrara; Dino Perrone Compagni e il tenente Tullio Tamburini a Firenze,finché non fu liquidato dalle faide interne.A Firenze ben presto iniziarono ad affiorare nuovi personaggi come i fratelli Pavolini, in particolare Alessandro.A Siena, la lotta per il potere tra fazioni del fascismo fu più combattuta.

Il fascismo toscano conteneva in sé le diverse variabili delle sue realtà produttive. Tra il fascismo urbano e quello agrario corsero differenze di metodo e di gestione dei rapporti politici.Analogamente vi erano differenze tra i soggetti sociali chiamati a condividere le responsabilità.In una prima fase,fino al 1925, il fascismo "rivoluzionario" fu prevalente. Successivamente il peso del notabilato storico riassunse presto notevole forza. Il 1926 rappresentò una sorta di spartiacque a favore del potere del notabilato,rispetto alle velleità propulsive.

Nel corso degli anni si manifestò un particolare attivismo culturale del fascismo toscano e specialmente fiorentino.Questo attraverso riviste come "Il bargello","Il Ferruccio" di Pistoia, "Il Selvaggio". Proprio "Il Selvaggio" fu rappresentativo di una cultura militante ispirata alla filosofia dello squadrismo e, contemporaneamente, rappresentativa del cosiddetto "strapaese", tra toscanità conservatrice e velleità di una presunta rivoluzione totale. Essa si proponeva come alternativa alla cultura di derivazione idealistica, rappresentata specialmente da Camillo Pellizzi e interpretata sul piano dell’organizzazione culturale da Dino Bottai, animatore di una rivista di rilevo, "Primato" uscita alla vigilia della guerra. La particolare vicinanza all’ambiente toscano di personaggi come Giovanni Gentile enfatizzò la cultura accademica.

La cultura toscana fascista fu segnata dall’apporto dei vari Soffici, Maccari, Malaparte, Tavolini. A questi va aggiunto l’apporto degli intellettuali fiancheggiatori appartenenti ad altri ambiti non strettamente fascisti come Guido Manacorda e Giovanni Papini.

Particolare influenza negli atteggiamenti del fascismo fiorentino ebbe Alessandro Pavolini. Combattivo e fautore di una vera autonomia dell’apparato fascista nei confronti dell’apparato politico dello Stato, intellettuale e reazionario insieme, protagonista della battaglia per dare alla città una veste fascista solennemente ispirata alla grande tradizione medievale. Anche la rivisitazione storica così concepita era funzionale a quella "captatio" del consenso popolare. Ovunque, in Toscana, si riportarono in auge -quando non s’inventarono di sana pianta- tradizioni storiche da celebrare, campanili da esaltare, glorie da imitare come precorritrici della "rivoluzione" fascista. A questo scopo servirono anche il riammodernamento cittadino, l’esaltazione dello sport come riconoscimento dei valori municipali e nazionali, il funzionamento dei dopolavoro e degli altri organismi di irreggimentazione del consenso.

 

Cane ANPI


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