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Fascismo dal 1919 al 1945
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Le origini
La durezza della prima guerra mondiale aveva rotto l’equilibrio della società pre-bellica rendendo difficili nuovi livelli di mediazione. Il quadro sociale era composito ed incerto, in un contesto nel quale si tendeva a staccarsi definitivamente dall’Ottocento.
Il primo Fascio di combattimento (il termine deriva dal fascio littorio dell’antica Roma) fu fondato a Milano, da Mussolini, il 23 marzo 1919, cinque mesi   dopo la fine del conflitto. Confluivano nel suo programma elementi nazionalistici(la vittoria mutilata),influenze anticlericali,  repubblicane e del sindacalismo rivoluzionario, miti della violenza e dell’atto di coraggio (propri del Futurismo). Il risultato fu un movimento antisocialista che ricorreva apertamente alla violenza. Verso la fine del 1920,dopo il sostanziale fallimento dell’occupazione delle fabbriche, si sviluppò e diffuse rapidamente. Appoggiato dai proprietari terrieri nell’Italia del Nord e di centro e giovandosi dalle connivenze istituzionali (magistratura ed esercito), il movimento fascista si concentrò a distruggere, con la violenza delle sue squadre, le organizzazioni  contadine ed operaie. Anche gli industriali guardavano al fascismo come ad uno strumento da utilizzare contro le organizzazioni operaie.

 

La battaglia di Firenze
Il fascismo fiorentino aveva ricomposto le sue divisioni nel  gennaio del 1921, sotto la guida del marchese Perrone Compagni, il “granduca di Toscana”,e del tenente Tullio Tamburini, il “grande bastonatore”, per dedicarsi all’attività intimidatoria contro le amministrazioni socialiste.
lavagniniIl 26 gennaio i fascisti distrussero la tipografia della “Difesa”in via Laura.
Il 27 febbraio, alle 18, un gruppo di quattro squadristi entra in via Taddea 2  -sede  del Sindacato ferrovieri, della Lega proletaria dei mutilati, invalidi e reduci di guerra, della Federazione provinciale comunista- mentre altri quattro aspettano vigilando la strada. Il primo gruppo spara quattro colpi di rivoltella contro Spartaco Lavagnini, due alla testa, un altro al petto, il quarto alla schiena. Una sigaretta accesa posta dagli assassini tra le labbra del cadavere mostra il disprezzo per l’avversario. 
I ferrovieri, appena diffusa la notizia della morte di Spartaco Lavagnini, proclamano lo sciopero: i treni restano bloccati a Rifredi, al Campo di Marte e a San Donnino.Il 28 febbraio lo sciopero si estende alle altre categorie e si diffonde nella provincia fiorentina. Prende  avvio la cosiddetta battaglia di Firenze, con i tumulti in San Frediano, dove si alzano barricate.
A  Scandicci si sa che i fascisti verranno per occuparla; la popolazione, riunita in piazza, decide di difendere il paese, i contadini barricano il ponte a Greve, all’ingresso del paese. Quando si presenta un camion di carabinieri, questi reagiscono come possono. Una colonna d’artiglieria, dotata di pezzi da campagna (una batteria da 75)  e di autoblindo, provvede a soffocare la rivolta.  Poi, ad ordine ristabilito, intervengono i fascisti per la spedizione   punitiva esemplare. 
Il 1° marzo del 1921 due camion di marinai in borghese, scortati da due carabinieri, vengono mandati da Livorno a Firenze per sostituire i ferrovieri in sciopero. Nell’attraversamento di Empoli, scambiati per fascisti, vengono attaccati. Il giorno dopo Empoli, sotto la guida di Tamburini e Frullini, viene occupata militarmente, poi, il 3 marzo viene occupata anche Santa Croce. Il 4 marzo le squadre muovono all’occupazione di Fucecchio, realizzata dopo un giorno di duri e sanguinosi combattimenti.
Il 2 marzo, la direzione del PCd’I lancia un appello alla resistenza e all’organizzazione.
La battaglia di Firenze si chiude con un bilancio di diversi morti e feriti. Politicamente è siglata l’alleanza tra le istituzioni, il fascismo e la classe dirigente dell’economia.

 

Verso la marcia su Roma
Successivamente si apriva una fase di duri scontri nelle piazze tra lo squadrismo che si potenziava e gli antifascisti –in squadre di arditi del popolo, cui parteciparono comunisti, socialisti e repubblicani-  per la difesa delle città, dei municipi, delle camere del lavoro. I fascisti con le minacce e le incursioni puntavano a conquistare con la forza amministrazioni locali ed istituzioni operaie. squadra_disperata
In larga parte la classe dirigente era orientata a vedere nel fascismo un male necessario -per soffocare il disordine sociale- ma passeggero e riassorbibile. Tale fu la posizione del “Corriere della Sera” e di influenti esponenti della cultura liberale. Simile fu anche la posizione politica di Giolitti che, nelle successive elezioni del maggio 1921, puntò sui cosiddetti blocchi nazionali, comprendenti i nazionalisti e i fascisti. Il risultato dei candidati nazionalisti e fascisti (eletti in 35 alla Camera) decretò la sconfitta politica di Giolitti. Il successivo governo Bonomi ricercò un accordo. Nell’agosto del 1921 ottenne un patto siglato da Mussolini e Turati. Il patto fu rapidamente sconfessato dai capi dello squadrismo(dal novembre 1921 Partito Nazionale Fascista) e decadde provocando, nel giro di pochi mesi, la crisi del governo stesso, incapace di garantire l’ordine.
Di lì a poco  l’antifascismo subì una grave sconfitta con l’insuccesso dello sciopero generale legalitario del luglio 1922, proclamato dalla CGdL e da altri sindacati dei lavoratori, con la richiesta del ritorno alla normalità legalitaria.
Anche allora la chiave di volta consistette nella sintonia tra le autorità governative ed i fascisti. La marcia su Roma  fu la sostanziale ratifica di quel patto gradito alle classi dirigenti e specialmente alla monarchia.

 

Dalla marcia su Roma alla dittatura
La marcia su Roma avvenne il 28 ottobre del 1922. Alla proposta del governo, presieduto da Facta, di proclamare lo stato d'assedio, il Re rispose negativamente e chiamò Mussolini a formare il governo.
Il primo governo Mussolini fu di coalizione, comprendendo popolari, demosociali, liberali, nazionalisti e pochi fascisti. marciaEra politicamente un blocco moderato di destra uscito da un colpo di stato.Di fatto era sostanzialmente debole, né legalitario né seriamente rivoluzionario. Mussolini cercò  di ampliare le sue alleanze: cercò subito l’intesa con il Vaticano, per superare meglio l’ostilità della parte di Partito Popolare legata a don Sturzo; avviò la riforma della scuola, preparata dal filosofo nazionalista  Giovanni Gentile, secondo criteri di selettività sociale, che si realizzava grazie alla nascita  di diversi tipi di scuole.Il ruolo della religione cattolica nell'istruzione risultava importante. Come risultato ottenne  i pieni poteri per la riorganizzazione fiscale e amministrativa dello Stato.
Sul piano “rivoluzionario” il nuovo governo creò il Gran Consiglio del fascismo, composto dai massimi dirigenti del partito, del sindacato fascista e del­l’amministrazione statale. Fondò la Milizia Volontaria, per dare regolarità formale allo squadrismo e contenerne meglio gli impulsi.
La fusione del PNF con l’Associazione Nazionalista, formalizzata nel febbraio del 1923,ne accentuò la caratterizzazione conservatrice Non mancarono fenome­ni di contrapposizione dei capi locali nei confronti del centralismo mussoliniano. Malumori sindacali derivavano dalla politica economica liberista, condotta dal ministro delle Finanze De Stefani.vittEmanueleIIIEra però gradita al mondo finanzia­rio per l'abolizione del mono­polio statale sulle assicurazioni, l'attenuazione delle barriere doganali, l'abolizione della nominatività dei titoli all'im­posta di successione, il salvataggio di imprese in crisi, come il Banco di Roma e l'Ansaldo.
Per garantirsi una maggioranza assolutamente solida alla Camera, Mussolini fece preparare da Bianchi e Acerbo una nuova legge elettorale maggioritaria. Essa prevedeva l’attribuzione del 65% dei seggi alla lista che avesse conseguito la maggioranza con una percentuale superiore al 25% dei voti. I rimanenti seggi si sarebbe distribuiti tra le liste sconfitte su base proporzionale. In vista di questa legge, il Presidente del Consiglio preferì accantonare un progetto di legge per il controllo sulla stampa. Ciò non impedì ad una parte dei liberali, che fino ad allora avevano accettato l’opera del fascismo, di prendere le distanze, come accadde a Croce,ad Albertini e ad Amendola.
Alle elezioni del 1924, a cui si presentarono un listone fascista, comprendente liberali conservatori e clerico-­moderati, e una  seconda lista destinata a recuperare voti anche nel proporzionale, si verificarono prevaricazioni ai seggi,nonché irregolarità nel voto, che il socialista riformista  Matteotti denunciò.
Il rapimento e l’uccisione di questo deputato, nel giugno del 1924, mise in crisi la saldezza politica della Presidenza del Consiglio. Infatti i gruppi parlamentari socialista, comunista, socialista unitario, popolare, democratico sociale, sardista e parte dei liberali democratici di Amendola abbandonarono i lavori parlamentari formando il cosiddetto"Aventino". All’Aventino mancò la coesione, ma mancò soprattutto la disponibilità del Re ad accogliere una mozione in difesa dell' ordine statuta­rio.Dopo qualche mese d’incertezza, Mussolini tenne il discorso del 3 gennaio 1925 con il quale si assunse le responsabilità politiche dei fatti e quindi si costituì la premessa per la svolta politica.Sul piano economico il fascismo scelse di puntare alla modernizzazione dell’economia industriale. All’agricoltura venne riservato il compito di contenere l’eccedenza di manodopera. MatteottiDa qui la campagna della “ruralizzazione”,  l’orientamento alla realizzazione delle bonifiche. Ne derivò il buon accordo con la Confindustria, favorito anche dall'accordo di Palazzo Vidoni del 2 ottobre 1925 -tra Confindustria e sindacati fascisti- che attri­buiva a questi ultimi la rappresentanza esclusiva dei lavoratori in un quadro di rapporti di produzione non conflittuale. Era il passaggio ad una visione corporativa del con­fronto sindacale, in un generale piano di normalizzazione che investì anche gli intellettuali e la stampa.Si ebbe così la sostituzione -in sintonia con la grande proprietà dei giornali- dei direttori di testata entrati in sospetto, come Frassati de  «La Stampa» e Albertini del «Corriere della Sera».Tre attentati, nell’aprile, nel settembre e nell’ottobre del 1926, prepararono il passaggio alle leggi “fascistissime”.Queste stabilirono la  chiusura di tutti i giornali di opposizione, lo scioglimento di tutti i partiti, tranne il fascista, il confino di polizia,  la pena di morte per gli attentatori, la  confìsca dei beni ai fuorusciti, l’istituzione di un Tribunale speciale per la difesa del fascismo. I parlamentari ex aventiniani venivano esclusi dai lavori della Camera. Poco tempo dopo, i sindaci eletti venivano sostituiti da potestà nominati dal governo ed i consigli comunali venivano eletti dalle consulte nominate dai prefetti. Si compiva così il passaggio dal presidenzialismo autoritario alla dittatura.Il 21 aprile 1929,dandosi come fonte ispiratrice la Carta del Lavoro, improntata ai concetti di Stato etico-sociale e di Nazione, il fascismo cercava di dare volto corporativo alla nuova situazione. Per rafforzare il regime, fu preparata una nuova legge elettorale in cui ai votanti si sottoponeva una lista unica di 400 nominativi preparata dal Gran Consiglio. I componenti del Gran Consiglio,nel 1928 venivano aumentati con l’inserimento dei componenti di alte cariche istituzionali.Alla direzione comunque restava Mussolini. La monarchia accettava un proprio progressivo ridimensionamento in cambio dei risultati  politici condivisi.

 

Il totalitarismo fascista
Una volta regime, il fascismo perseguì l’obiettivo della creazione “dell’uomo nuovo”, mobilitando e militarizzando le masse con perizia psicologica e con le precise direttive dell' apparato che aveva al suo vertice Mussolini.La parola d’ordine fondamentale era riassumibile con il termine “gerarchia”. Mussolini, attraverso i prefetti, imperava sulla periferia amministrativa e attraverso il partito -giunto a due milioni e mezzo di iscritti nel 1939-  manipolava orientamenti e coscienze. Attraverso l’OVRA -la polizia politica-e l’apparato politico-giudiziario, perseguitava il dissenso. Valendosi di specifiche organizzazioni, l'Opera nazio­nale dopolavoro, il Comitato olimpico nazionale, i  Fasci giovanili, i Gruppi universitari fascisti, l'Opera nazionale Balilla, i Figli della lupa, inquadrava tutte le possibili categorie, in particolare quelle  giovanili.
Unica alternativa rimaneva  quella dell’associazionismo cattolico, ben radicato nella cultura italiana. Dopo aver lanciato al Vaticano i primi segnali positivi, Mussolini affrontò il cruciale superamento della questione romana aperta dal 1870.
PattilateranensiCominciate nel 1926, le trattative si conclusero 1'11 feb­braio 1929, con la stipula dei Patti lateranensi. Questi contenevano un trattato di reciproco riconoscimento tra lo Stato fascista e la Chiesa cattolica, una convenzione finanziaria per il risarcimento dei danni subiti con la presa di Roma e l'impegno dello Stato italiano a sostenere l’ex Stato pontificio: si trattava di un concordato con reciproche regole. In particolare, al matrimonio religioso si riconoscevano effetti civili. L'insegnamento della dottrina cattolica diveniva  «fondamento e coronamento» dell'istruzione pubblica.Le organizzazioni dipendenti dall' Azione cattolica potevano svolgere la loro  attività, senza però “toccare”  l'ambito politico.L’accordo, cioè i Patti lateranensi, risultò utile a Mussolini che aumentò il proprio consenso e fu prezioso per il Vaticano che recuperò posizioni di privilegio nei rapporti con lo Stato e mantenne la  propria rete organizzativa. L’accordo,che ebbe comunque  momenti difficili,consentì,in ogni caso, una sostanziale armonia fino al 1938.
Nel paese fascistizzato -esposto ad un continuo bombardamento propagandistico dall’informazione giornalistica, rafforzato con un  sapiente uso della radio e del cinema- erano scomparse le incertezze e difficoltà del paese reale. Il paese seguiva i processi tipici delle economie occidentali, come l’urbanizzazione, nonostante il tentativo di arginarla, e la crescente industrializzazione, ma registrava una radicata e insoluta arretratezza. Il reddito medio italiano rimase la metà del corrispondente francese, un terzo dell’inglese, un quarto dell’americano. L'alimentazione era proporzionalmente inferiore ed i beni di consumo assolutamente meno diffusi. Il regime favoriva in ogni modo la prolificità delle madri, mentre ostacolava il lavoro delle donne. Per assicurare il consenso Balilla_donnefemminile operavano le organizzazioni dei Fasci femminili, delle Piccole Italiane,  delle Giovani Italiane e  le massaie rurali, in larga parte ispirate o alla “militarizzazione” o ai valori tradizionali e domestici.
I maggiori successi vennero al fascismo dalla media e piccola borghesia, -più plasmabile attraverso l’istruzione- che vide nel regime  un’occasione di inserimento e crescita sociale. Il fascismo prestò grande attenzione alla cultura e all’istruzione. Svolse  una stretta sorveglianza su­gli insegnanti e predispose «testi unici» per le elementari. Nell’Università impose ai docenti il giuramento di fedeltà al regime, rifiutato solo da una dozzina di professori  su  un totale di 1200. Nel campo artistico e scientifico il regime ebbe autorevole riconoscimento da scrittori come Luigi Pirandello,da scienziati come Guglielmo Marconi, da musicisti come Pietro Mascagni,da ar­chitetti come Marcello Piacentini, da storici come Gioacchino Volpe,da filoso­fi come Giovanni Gentile.
Il controllo sulla stampa e sulla cultura, dapprima esercitato dalla presidenza del Consiglio,fu poi affidato al Ministero per la Cultura popolare (Minculpop), creato nel 1937.
A favorire il consenso fu inoltre l’intensa opera propagandistica svolta anche nel campo del lavoro. Dal 1933 l’Italia aveva potuto godere di una ripresa industriale, mentre l’agricoltura, in grado di modernizzarsi soltanto in modestissima misura, offriva ancora risultati incerti. Gli scarsi risultati del modello corporativo suggerirono una riforma del sistema, con la creazione di grandi Corporazioni dei settori produttivi.dannunzioTuttavia  il sistema  non riuscì a decollare adeguatamente. Più fortunata fu l’esperienza dei grandi enti economici, IRI e IMI. Restò comunque il problema della disoccupazione ed un generale livello retributivo scarso. La pressione del mondo sindacale per lo sviluppo della legislazione previdenziale e per il sostegno ai lavoratori, così come  l’ottenimento degli assegni familiari, l’orario di 40 ore ed ulteriori ammortizzatori sociali,era necessaria ad avviare il  passaggio al salario sociale, quindi ad una forma più avanzata del corporativismo. Agli interlocutori politici ed imprenditoriali questa appariva però come una pericolosa strada socialisteggiante. Si riaccendeva pertanto uno scontro mai sopito davvero.Il riemergere delle tensioni, insieme alla macroscopica violenza della politica antisemita, allontanavano dal fàscismo soggetti della società italiana, laici e cattolici, oltre che, naturalmente, il mondo ebraico.

 

L’antifascismo militante
Già prima delle leggi fascistissime, nel mondo liberale era emersa l’opposizione antifascista di Piero Gobetti, fondatore e direttore de “La Rivoluzione liberale”, rivista uscita fino al 1925. Piero_GobettiIn quell’anno Gobetti morì a seguito delle percosse subite dagli squadristi. Della sua lezione critica verso il moderatismo italiano si era nutrita anche la cultura socialista, in particolare, il gruppo fiorentino-milanese del “Non Mollare”.Contribuirono,inoltre, illustri aderenti al combattentismo democratico quali Salvemini, Ernesto Rossi, Nello Traquandi. Al gruppo aveva aderito anche Carlo Rosselli, che vi aveva portato una cultura che si potrebbe definire democratico-risorgimentale, fortemente ispirata a Mazzini. Dopo i primi arresti, quel gruppo fondò, nel 1926 a Milano, il giornale “Il Quarto Stato”, punto d’incontro delle concezioni liberali e socialiste, ma anche delle anime riformista e massimalista del socialismo.Fra gli aderenti, appartenevano al PSU (poi PSULI) Turati, Treves, Modigliani, Saragat; al PSI Nenni.
I due partiti, entrambi esiliati a Parigi dopo le leggi fascistissime, si riunirono solo nel 1930, quando però una parte massimalista, guidata da Angelica Balabanoff, rimase a sé stante. 
Al riformismo si ispirava il sindacato della la CGdL, trasportato anch’esso da Buozzi a Parigi.Al riformismo fecero riferimento anche i repubblicani, divisi al loro interno tra intransigenti e disposti a collaborare con altre forze più aperte e con la monarchia.
gramsciI comunisti, usciti dal congresso di Lione del 1926, sotto la guida di Gramsci e con la parola d’ordine della bolscevizzazione, avevano posizione a sé ed avevano avviato in Italia una forte attività clandestina. Nello stesso 1926, l’opera della polizia -sostenuta anche dal tradimento di un intellettuale di primo piano della direzione del partito- portò all’arresto di una buona parte del quadro dirigente, Gramsci compreso, che rimase in carcere fino alla vigilia della sua morte. Il partito si riorganizzò con un centro estero in Svizzera, poi trasferito a Parigi, e un centro interno a Genova, poi costretto ad operare a Lugano. Elemento decisivo nella separazione dei comunisti dagli altri gruppi, fu la definizione  staliniana del social fascismo, distruttiva di ogni possibile convergenza.
Completamente autonoma era anche la posizione degli anarchici, anch’essi tra i primi ad essere perseguitati e processati.I loro organismi direttivi si insediarono dapprima a Parigi, poi in America Latina ed in seguito in altri paesi. Numerosi militanti, rimasti in Italia, svolsero attività clandestina, qualche volta in sintonia con i gruppi comunisti più estremi.
I popolari, già divisi al tempo della marcia su Roma -quando era cominciata la persecuzione di Sturzo, poi costretto a lasciare l’Italia, e  De Gasperi veniva arrestato prima che potesse rifugiarsi in Vaticano- avevano una posizione particolare a seguito dall’accordo tra Fascismo e Chiesa. Non  mancarono comunque  gruppi attivi come i “neoguelfi “milanesi.
Parigi fu dunque  il centro principale dell’attività liberal-socialista. Il principale strumento era costituito dalla “Concentrazione gruppo_antifascistaantifascista”, fondata nel 1927. Ad essa aderirono i due partiti socialisti, la CGdL e la LIDU (Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo), fondata dal vecchio sindacalista rivoluzionario De Ambris. I repubblicani fecero parte della “Concentrazione” solo saltuariamente, pur collaborando dall’esterno.
Con l’arrivo di Carlo Rosselli, sfuggito al confino nel 1930, nella Concentrazione entrò anche il suo movimento, “Giustizia e Libertà”, di ideologia liberal-socialista, pur in un difficile confronto con le vecchie componenti. 
Logorata dai dibattiti, la Concentrazione antifascista finì nel 1934.Stava infatti  maturando una condizione diversa in conseguenza dell’approdo di Stalin alla formula dei fronti popolari, che consentiva finalmente l’alleanza di tutti gli antifascisti.Ciò permise un impegno comune nella guerra di Spagna, attraverso la  partecipazione alle brigate internazionali.

 

 

Il Fascismo tra impero e declino
Il potere di Mussolini crebbe progressivamente. Fu accompagnato da un alto grado di consenso alimentato anche della propaganda sul valore della sua politica estera. In questo campo Mussolini aveva tenuto una linea di esaltazione del nazionalismo e di favore nei confronti del “revisionismo”  dei trattati di pace. Inizialmente in sintonia con la Francia e soprattutto con l’Inghilterra pur disponibile ad assumere atteggiamenti di forza autonomi. mottoNe sono evidenti esempi l’occupazione  di Corfù nel 1923, l’accomodamento con la Jugoslavia su Fiume, il sostegno all’insediamento di una dinastia amica in Albania, in contrasto con  la Jugoslavia. Il governo italiano giocò,invece, un ruolo di mediatore tra le potenze in occasione del patto di Locarno del 1925 e nella conferenza di Stresa. Nel 1931-32, l'Italia fascista aveva raggiunto buoni rapporti anche con gli USA e nel 1934 Mussolini si ribellò  al tentativo di Anschluss nei confronti dell’Austria tentato da Hitler.
Questa linea politica fu modificata radicalmente a seguito dell’aggressione italiana all’Etiopia, nell’ottobre del 1935.Ne derivò la condanna da parte della Società delle Nazioni con sanzioni economiche. Si trattò di un embargo parziale di portata modesta, che però fu utilizzato dal regime come una formidabile occasione di mobilitazione della coscienza nazionale, culminata nella proclamazione dell’impero nel 1936.
In realtà la guerra contro l’Etiopia determinò,nei confronti dell’Italia, un mutamento in negativo dell’opinione pubblica dei paesi democratici  ed un  sostegno diplomatico dalla Germania nazista. Tutto ciò costituì il presupposto per  una  stretta unità d’azione tra Italia e Germania che portò, il 28 ottobre del ’36, alla nascita dell’Asse Roma-Berlino.
La prima conseguenza dell’accordo fu la partecipazione di Italia e Germania alla guerra civile spagnola, in appoggio alle forze franchiste
L’apparato del partito lavorò per enfatizzare il ruolo del duce, raggiungendo i vertici del cosiddetto “cesarismo totalitario”.Fu intensificata la presenza del partito stesso nell’apparato statale, fino a costituire un’oligarchia del potere prevaricante sulle istituzioni. soldatoL’operazione  culminò, nel 1938,con la nomina di Mussolini a primo maresciallo dell’impero, in sostanziale parità di grado militare con il re. Sempre più svuotato lo Statuto, i ruoli dirigenti del partito divenivano ruoli “statali”, mentre si lavorava alla modifica in senso corporativo della Camera. Il mussolinismo si sovrapponeva definitivamente al fascismo e si ammantava di furore riformatore.
Contemporaneamente prendevano lena i fermenti razzisti che avevano sempre covato nella cultura fascista. Insiti nel nazionalismo e nella cultura colonialista, erano ormai maturi per arricchirsi di contenuti antisemiti.
Già nel 1934, qualche giornale radicalmente fascista aveva cominciato ad attaccare insieme il sionismo e gli ebrei.Lo stesso Mussolini, nel 1936, aveva mostrato freddezza verso l’Unione delle Comunità Israelitiche del Regno. Il 14 luglio del 1938 fu pubblicato il Manifesto della razza. Dal falso concetto di esistenza di razze umane differenti, derivava la necessità di difendere la pura razza ariana. Seguì la pubblicazione di un periodico, “La Difesa della razza”, organo di questa scienza e fautore di una legislazione adeguata. Fu emanato  un corpo di leggi che apriva la via ad una discriminazione di cittadini senza precedenti nella storia italiana moderna. L’antisemitismo italiano costituì comunque un’autonoma risposta all’antisemitismo tedesco, che,infatti, aveva come obiettivo lo sterminio fisico, che mancava nel più “artigianale” razzismo italiano.
Nel contempo si avviò una crescente subordinazione della cultura politica dell’ Italia fascista a quella della  Germania hitleriana.Il consenso all’Anschluss dell’Austria, nel 1938, il contributo, nello stesso anno, offerto alla conferenza di Monaco a seguito della quale Hitler avviava la presa della  Cecoslovacchia con il compiacimento franco-inglese,sono degli esempi.
In queste condizioni l’antifascismo riprese vigore. La partecipazione comune delle forze antifasciste alla guerra di Spagna aveva portato ad uno sforzo congiunto, ma non aveva impedito il persistere di differenze in qualche caso drammatiche, come quelle tra comunisti e anarchici. In quel periodo l’uccisione dei fratelli Rosselli privò “Giustizia e Libertà” del punto principale di riferimento.Non fu frenata comunque l’azione che portò a collegamenti con le altre forze e sfociò,nel 1937, nella Unione Popolare di comunisti, repubblicani, gieffisti, LIDU. Subito dopo il patto d’azione tra socialisti e comunisti,  l'antifascismo si rafforzò, riprendendo l’ipotesi del lavoro in Italia e la prospettiva di un partito unico della classe operaia. Tale prospettiva era comunque oggetto  di discussione e divisioni in entrambi i partiti.
carrarmatiNel giugno del 1940,entrata in guerra, l’Italia conobbe presto grandi delusioni.Emerse con chiarezza l’impreparazione politica e militare e l’eccessiva leggerezza della scelta di partecipare alle trattative di resa della Francia. Non fu duraturo il momentaneo successo in Africa, né buona sorte ebbe l’attacco alla Grecia.Questi eventi determinarono una crescente dipendenza anche militare dalla Germania. I grandi scioperi dell’industria al Nord nella primavera del 1943,  evidenziarono la ricomparsa dell’azione operaia e dell’antifascismo;i bombardamenti sulle città italiane, lo sbarco alleato in Sicilia, il bombardamento di Roma del 19 luglio costituirono le premesse per la fine politica del regime fascista. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio, Mussolini fu messo in minoranza da parte del Gran Consiglio.Il  re lo fece arrestare e lo sostituì subito con il generale Badoglio,uomo di sua fiducia.
Fu decisa la continuazione della guerra a fianco dei tedeschi e,nel contempo,iniziarono trattative sotterranee con gli Alleati. balillaSi avviò un processo di ricostruzione degli apparati, tra continuità e defascistizzazione, cui cominciarono a partecipare esponenti dell’antifascismo in esilio. In quel contesto avvenne la ricostituzione dei partiti. La dichiarazione del governo Badoglio, per cui nessun partito avrebbe potuto formarsi fino alla fine della guerra, restò sostanzialmente lettera morta.Lo stesso governo affidò ai partiti compiti di gestione commissariale dei sindacati. I partiti tornarono con nomi vecchi e nuovi: ricomparvero il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), il Partito Comunista Italiano, il Partito d’Azione, in cui confluirono i militanti di Giustizia e Libertà, e altri filoni provenienti dal cosiddetto radical-repubblicanesimo. Buona parte dei repubblicani mantenevano un’identità propria.I liberali andarono formando i “Gruppi di ricostruzione liberale” attorno a personaggi di prestigio. Alcuni liberali costituirono Democrazia del Lavoro, erede monarchica del riformismo di Bissolati. I cattolici costituirono il loro partito politico,la Democrazia Cristiana.

 

Cane ANPI


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